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Regeni, a un anno dalla scomparsa emergono le prime verità: c’entrano i servizi segreti del Cairo

A un anno dalla scomparsa di Giulio Regani emergono le prime verità

«Qui ho finito di registrare, venitemi a togliere l’apparecchiatura», si sente dire dall’ex capo del sindacato degli ambulanti, Mohamed Abdallah, in coda al filmato in cui discute con Giulio Regeni. È il 6 gennaio 2016. La voce dell’egiziano che telefona a chi gli ha messo addosso la microcamera, rimasta incisa sullo stesso nastro, è l’ulteriore prova che dietro quella ripresa rubata c’era la National Security Agency, organismo che raccoglie polizia e servizi segreti egiziani.
Nel verbale d’interrogatorio reso alla Procura generale della Repubblica araba, l’ex leader degli ambulanti racconta quella giornata per intero, e aggiunge dettagli a una testimonianza in cui svela il ruolo degli apparati di sicurezza, mettendone in luce le bugie. Abdallah spiega che l’appuntamento con il capitano della Nsa che teneva i rapporti con lui, quel giorno, era fissato a mezzogiorno. All’incontro si presentò un tecnico della polizia, che portava con sé una camicia nera, fatta indossare al sindacalista al posto di quella a righe bianche e rosse che aveva addosso. Un’accortezza per nascondere meglio la micro-camera camuffata da un bottone, quasi uguale ai bottoni veri della nuova camicia. In più gli venne consegnata una scheda simile a quelle telefoniche, che mise in tasca per migliorare la qualità della registrazione. Poi l’ambulante andò all’incontro con Giulio, registrò il colloquio e alla fine chiamò chi lo aveva vestito e attrezzato da spia.
Oltre alle dichiarazioni di Abdallah e alla telefonata registrata, proprio la micro-camera chiama in causa i mandanti del filmato, ma nei verbali trasmessi alla Procura di Roma due ufficiali ascoltati nei mesi scorsi hanno cercato di accreditare l’idea che quel video fosse un’iniziativa personale del sindacalista; il quale, per riprendere Regeni avrebbe utilizzato il suo telefonino. Versione evidentemente incompatibile con la qualità della registrazione.
Non è tutto. Il giorno successivo, il 7 gennaio, ancora Abdallah chiamò al telefono il capitano della Nsa che ormai era divenuto il suo punto di riferimento. Anche questo è un dettaglio che lascia poco spazio ai dubbi sul rapporto fra i due: il militare gli spiegò che in ufficio tutti erano soddisfatti della missione portata a termine, e che anche lui, Abdallah, doveva ritenersi soddisfatto e orgoglioso del lavoro svolto. È un dettaglio importante: l’ambulante aveva dato prova di essere affidabile, e di questo il capitano avrebbe tenuto conto. Decidendo di proseguire i contatti: nei giorni seguenti — l’8, l’11 e il 14 gennaio — risultano altre telefonate dal centralino della Nsa verso il cellulare del sindacalista.
Tutto però doveva rimanere segreto. Giulio Regeni sparì il 25 gennaio e una settimana più tardi, il 3 febbraio, il suo cadavere venne ritrovato sul ciglio di una strada alla periferia del Cairo. Una volta emersi i contatti avuti con il leader degli ambulanti, Abdallah venne convocato dagli inquirenti egiziani, e a quel punto cercò il «suo» capitano per chiedere gli istruzioni su come comportarsi. Ricevette una risposta decisa: racconta tutto, ma lasciaci fuori, non dire nulla dei rapporti con me né con l’Agenzia. È sempre il sindacalista a sostenerlo nell’ultimo interrogatorio reso alla Procura generale egiziana, scoperchiando anche su questo punto i depistaggi della polizia.
Pure il capitano è stato ascoltato al Cairo, ma ha dichiarato che nessuna attività è stata svolta sul conto di Giulio dopo il 7 gennaio: affermazione inverosimile e smentita da Abdallah che afferma di averlo chiamato l’ultima volta il 23 gennaio. Aveva ricevuto istruzione di avvertire se Regeni lo avesse nuovamente cercato, e quel giorno Giulio gli telefonò per chiedergli un appuntamento con un giornalista egiziano free lance in contatto con il sindacalista; lui organizzò l’incontro per il 26, e subito avvisò il capitano. Il 25 gennaio il ricercatore friulano venne rapito, poi torturato e ucciso.
Secondo il procuratore di Roma Giuseppe Pignatone e il sostituto Sergio Colaiocco ce ne sarebbe abbastanza perché la magistratura egiziana inquisisse i sette poliziotti e agenti segreti mandanti di Abdallah e coinvolti nell’esecuzione dei criminali comuni falsamente accusati dell’omicidio Regeni. Nell’attesa, hanno chiesto al Cairo una rogatoria per interrogarli.
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