Spettacolo

Antonella Ruggiero rivela: “Perché lasciai i Matia Bazar. Dal nuovo lavoro pubblicato si capisce cos’è successo negli anni”

Antonella Ruggiero, ex cantante dei Matia Bazar, ha rilasciato una intervista ai microfoni di Luca Pavanel per le pagine de “Il Giornale”:

Se Antonella Ruggiero, fosse rimasta con i Matia Bazar?
«Non avrebbe più potuto succedere, dopo 14 anni di lavoro e viaggi in un mondo che a mano a mano si è dissolto, dall’Urss al Cile, luoghi mediorientali dove siamo andati in tournée. In me, a un certo punto, si è esaurito qualsiasi tipo di interesse. Quando è così, si mette un punto e ho chiuso nel 1989».
 
Quando si sentono certi suoi acuti canori si pensa a un usignolo: così si nasce o si diventa?
«Si nasce con un talento, come un matematico che capisce e fa cose incomprensibili ai più, o cose che un essere umano fa e che possono sembrare miracolose. È la natura che ci dota, ci fa un regalo».
 
Per cantare così chissà quante lezioni però…
«Ne ho presa solo qualcuna, la prima quando ero piccina piccina e tempo dopo qualche incontro a Genova ancora prima di cominciare nel 1974. Poi l’incontro con una simpatica signora, ex cantante lirica, che mi ha solo detto guardi che lei non può iniziare senza fare dei vocalizzi, servono. Prima di cantare occorrono come gli allenamenti di riscaldamento per gli atleti. Iniziavo sempre a freddo. Riguardo ai miei corsi di canto direi che tutto finisce qui, non ho fatto altro».
 
Già da bambina, sognava di fare la cantante o le cose sono capitate?
«Tutto mi è capitato, eccome. Prima di incontrare quelli che poi sarebbero diventati i miei colleghi per anni e anni, mi volevo occupare e mi occupavo di arti visuali. Il disegno e la grafica erano il mio mondo. Ho fatto studi velocemente abbandonati visto che a 22-23 anni i ragazzi e io siamo partiti e, immediatamente, abbiamo avuto successo. Da quel momento ho cominciato a cantare di più, imparando pure a salire su un palcoscenico. L’arte di vivere lo spettacolo, insomma, non è una cosa da poco».
 
A conti fatti ha avuto una bella infanzia o qualcosa è suonato stonato?
«Nella memoria mi è rimasta la mia città, Genova appunto. Ho dei ricordi del centro storico medievale che ho frequentato a lungo, perché vi abitavano i miei nonni. Rivivo costantemente quel periodo nei pensieri».
 
La sua città Genova, ultimamente è stata colpita al cuore.
«Recentemente ho fatto tre concerti poco dopo la tragedia del ponte, quante volte sono passata sul Morandi. Cantare dopo il crollo è stata un’esperienza umana toccante, sia da parte mia sia da parte del pubblico. Alcuni mi hanno raccontato le loro storie. Chissà per quanto tempo gli abitanti dovranno sottostare ad assurdità legate alle burocrazie».
 
Parliamo della sua famiglia?
«Figlia unica, due cari genitori, i diminutivi erano Lino e Rina, persone che hanno sempre amato la musica fin da ragazzini. In casa si ascoltavano opere e operette, musiche della guerra, degli anni Cinquanta. E io ho sempre sentito musiche legate al sacro. Mio nonno paterno, che viveva in America, amava il jazz nero. Quando cresci in un clima così, in un’atmosfera di semplicità e protezione e con la musica sempre presente, hai una grande familiarità con i generi più diversi».
 
Lei già da giovane, doveva essere un tipo creativo, estroso…
«Beh, portavo avanti passioni come la pittura e il disegno, appunto, la creatività attraverso la mano. Andavo molto spesso, quando ero ragazzina, a vedere le statue del cimitero di Staglieno che ha delle opere d’arte straordinarie, come del resto quelli di Milano e Venezia. Guardavo quelle sculture realizzate da mani sconosciute, perlopiù, per ricordare le persone di famiglie ricche. Ma ricordo anche la statua che si era fatta fare una vecchina che aveva speso i suoi risparmi per questo. Per tutta la vita ha venduto caldarroste».
 
Come le ha cambiata la vita?
«Sono sempre stata uguale a oggi, direi me stessa. Quando ho frequentato luoghi dove c’è molto di tutto, dal pubblico ai media alle feste, sono sempre entrata con una concentrazione mia, particolare. E così ne sono uscita immediatamente. Niente salotti. Non ho mai fatto, neppure una volta, pubbliche relazioni, non mi sento adatta a questo genere di cose. Mai fatta una telefonata in vita mia per raggiungere qualche cosa. E comunque le vicende sono andate così come sono andate. Le situazioni mi sono venute a cercare. E questo mi permette di essere me stessa, sempre, e per sempre».
 
Capita di steccare, anche nella vita. Le è mai successo?
«Parlando di musica non mi è mai successo. Mai una volta durante un concerto. Una volta ho cantato a Sanremo con problemi alla voce ma è andata bene lo stesso. Nel resto della mia vita pure, penso di non avere steccato. Direi una vita intonata, se ci sono problemi li affronto, faccio quello che devo fare, finisco e vado via».
 
Da affrontare ci sono dei bivi, ne raccontiamo uno?
«Quando ho lasciato i Matia Bazar. Per sette anni ho cambiato tutto. Dal punto di vista artistico l’Oriente era un luogo che fin da ragazzina avrei voluto visitare, ma i miei non mi hanno lasciato andare. Ai tempi non era possibile. E così l’ho fatto in quel periodo, diciamo che c’è stato il recupero di quei no di allora».
 
Che zone dell’India ha visitato?
«Beh, è stato un Paese molto presente nei miei viaggi, dal Centro al Sud. Conoscevo e ho incontrato musicisti, modalità diverse, strumenti vari; tanto che poi ripartendo da qui, ho realizzato il mio primo lavoro da solista che si intitola Libera».
 
Cosa la colpì di più di quelle avventure?
«Quando sono andata le prime volte in India, si poteva vedere un’esistenza, che probabilmente ancora oggi resiste nei villaggi, legata alla ricerca, scollegata dai media, da Internet, dai telefonini. Ora ci sono monaci con il cellulare, tutto è cambiato. Io ho colto probabilmente l’ultimo frammento di un’India antica. Che forse è rimasta in luoghi sperduti dove la differenza tra i mega-ricchi e i poveri è palpabile».
 
Quale è stata la sua avventura personale più forte?
«La nascita di mio figlio. Questa è stata l’esperienza più straordinaria della vita, altro che il resto… I viaggi si possono far sempre, come tutto il resto».
 
Suo figlio ha preso la strada dei genitori?
«Gabriele è una persona indipendente mentalmente. Nessun condizionamento da parte nostra. Ha studiato Filosofia, ama la musica e fa dell’altro. Vive a Berlino, lavora nel sociale per e con i giovani. Ragazzi che possono avere dei disagi, in una città che a volte è dura seppur molto interessante».
 
Lui sarà il suo primo fan musicale…
«Sì, ma ha i suoi gusti, ascolta musica elettronica, altri generi. Senza che noi dessimo indicazioni, quando abitava in famiglia ascoltavamo attraverso di lui musiche che io e mio marito (Roberto Colombo, tastierista, arrangiatore e produttore discografico ndr) sentivamo a vent’anni, per esempio i gruppi progressive, dai Pink Floyd a Frank Zappa».
 
Ci sono momenti in cui si guarda indietro. Lei cosa vede?
«Io ragazzina, c’erano le manifestazioni delle femministe. Ho sempre visto ciò per cui le donne lottavano un fatto del tutto naturale. Per me era naturale che gli uomini collaborassero e che fossero educati. Sono cresciuta in un clima così. Con persone che si comportavano come i ragazzi moderni di oggi. I diritti e doveri erano già quelli».
 
I giorni del femminismo.
«Quelle lotte sono state fondamentali per tutte noi. Purtroppo vedo che oggi siamo tornati parecchio indietro. C’è un clima sociale che vede le donne sottopagate, sfruttate, non considerate. Altro che parità dei diritti».
 
Il conto dei traslochi esistenziali e non, l’ha mai fatto?
«Ho visto tanti posti, ho cambiato abbastanza case, però penso che quello che sei te lo porti dietro come se fosse dentro a una valigia, un baule. Adesso abitiamo anche noi a Berlino, andiamo e torniamo. La prima volta che sono stata là era il 1981, volevo vedere il Muro. Sono molto interessata alla storia di quel Paese, per capire che cosa è accaduto. Berlino capitale tedesca negli anni Venti, era all’avanguardia, c’è stato il quartier generale di Hitler, poi la Stasi. Una città affascinante, con una storia unica al mondo».
 
Oltre ai viaggi materiali ci sono anche quelli spirituali…
«Ho un rapporto con la spiritualità, un rapporto legato alla natura. La natura insegna, è matematica. Vedi le cose più piccole, tutto disegnato, tutto geometrico e ti dici come è possibile? Qualcuno ci sarà. La natura mi ha sempre insegnato che Dio c’è».
 
Dopo le avventure, il ritorno alle scene come è stato?
«Ho ripreso con l’intento di spostarmi il più possibile in territori diversi rispetto a prima, dall’elettronica al jazz alla musica popolare. E da questo nuovo lavoro che ho pubblicato si capisce che cosa è successo negli anni, tutti gli spostamenti personali, umani, artistici. È stato ed è ancora fantastico».
 
Parliamo del progetto che ha appena lanciato e che è stato accolto con molto interesse?
«In Quando facevo la cantante ci sono degli inediti, ci sono registrazioni fatte, perché Roberto là dove è stato possibile ha sempre portato a casa e tenuto. Tutto è finito in un archivio, finché un giorno mi ha detto ma perché non ci facciamo un regalo. Ed è venuta fuori la voglia di realizzare un’ antologia».
 
Chissà quanti pezzi da riscoprire…
«Un cofanetto con sei cd, in tutto 115 pezzi eseguiti dal 1996 al 2018, in ogni disco un genere diverso. Si va alla musica popolare al sacro al classico, alle storie alle cose strane per fare degli esempi. Tutto riveduto dai vari arrangiamenti, dalle varie modalità stilistiche. È anche un documento dedicato ai giovani per far capire se possono far delle cose diverse».
 
Facciamo il gioco della torre: sui brani ora pubblicati, almeno uno che non butterebbe mai giù.
«Si intitola i Katari, un brano molto bello che anche io ho riascoltato tanti anni dopo averlo cantato».
 
Lei è sposata con un musicista, è difficile lavorare insieme?
«Sarebbe molto difficile se avessimo visioni diverse legate all’ esistenza.
Abbiamo una vita semplice, amiamo le stesse cose, la pensiamo allo stesso modo dal punto di vista sociale e politico. E, ovviamente, tutti e due amiamo la musica».
 
Guardando avanti, quali sono i nuovi orizzonti?
«Ci sono ancora molte cose da fare. Magari legate alla musica, sicuramente che hanno a che fare con l’arte. Cose che si potrebbero realizzare, indirizzate anche verso i giovani, i bambini, che sono i più vulnerabili a certi richiami e attacchi della società. Un tema che mi coinvolge molto».
 
Cosa le sarebbe piaciuto fare che non ha potuto realizzare?
«Mi sarebbe piaciuto realizzarmi attraverso l’arte visiva. Ormai non mi dedico al disegno o alla pittura che sono cose molte serie, ogni tanto però visito mostre. Vado a cercare quel che è avvenuto nel passato. Per esempio i primi del Novecento, a Berlino mi piace molto il museo della Bahaus».
 
E per lei in generale che cosa conta di più?
«La tranquillità emotiva e mentale sono la base per far sì che la vita stessa abbia un senso. Una cosa che raccomanderei ai giovani che troppo spesso vedo come delle prede per dei grandi venditori».
 
Che colore ha la nostra società?
«Oggi grigio piombo, io parlo dell’Italia. Siamo arrivati a una situazione inimmaginabile qualche decennio fa e chissà per quanto tempo sarà così. Penso ai giovani, che studiano, si impegnano e poi vengono maltratti per due soldi, messi a fare lavori che non portano da nessuna parte. Questo è un delitto, perché si rubano vita e speranze alle persone».
 
Rifarebbe tutto?
«Direi di si, al netto di tutte le fatiche, rifarei le stesse cose. E penso di aver compiuto e compiere un lavoro sentito, onesto, minuzioso. Lontano dal baillame delle grandi regole».

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