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Libero e quel titolo censurabile: perché la scelta è di cattivo gusto

Libero e quel titolo censurabile:

“Comandano i terroni”, un titolo, quello di Libero, decisamente inopportuno e con tratti discriminatori. Si dirà che terrone non sia un’offesa, ma quando a sbatterlo in prima pagina, manco fosse un mostro, è un quotidiano del Nord, diventa evidente l’accezione dispregiativa. La nostra Italia ha bisogno di questo? Che si esasperino le tensioni tra la parte settentrionale e il Mezzogiorno? Si sapeva che una simile copertina avrebbe fatto discutere, inutile che si scenda dalle nuvole chiedendosi come mai i meridionali si siano turbati. Già sono costretti a vivere attorniati dai luoghi comuni che si trasformano in pregiudizi, ma meglio non dirlo sennò si parla di vittimismo, già sono stati privati di un passato glorioso che la storia vuole consegnare all’oblio, subirsi anche l’onta mediatica produce solo un clima di ostilità, poi ci si lamenta che manca l’unità nazionale.

A Palazzo Chigi c’è un foggiano, a Montecitorio un napoletano e al Quirinale un palermitano, tre meridionali a rappresentare importanti cariche dello Stato, che senso ha avuto pensare a quella copertina? Forse per favorire la voglia di autonomia di Regioni come la Lombardia, il Veneto e l’Emilia Romagna? Libero è un quotidiano che adotta una linea totalmente diversa rispetto ad altri come Il Corriere della Sera e La Repubblica, se vogliamo fare dei paragoni, è nota la sua tendenza a pubblicare titoli coloriti, anticonvenzionali e provocatori, ma è quando si sconfina che poi tutto diventa di cattivo gusto. Sullo spessore professionale di Vittorio Feltri nulla da dire, non si rilanciano otto giornali in agonia senza un talento innato per il giornalismo, ma dirigere così un giornale, non rende giustizia ad una carriera ricca di successi.

Un giornale deve contenere le notizie, anche commentarle con i suoi editorialisti, ma un titolo di dubbio gusto nonché suscettibile di risentimenti che notizia è? Rivela solo pochezza di contenuti e l’intenzione di sfruculiare una parte del Paese che va rilanciata ma che poi si scontra con mere promesse elettorali e tutte le misure che dovrebbero produrre sviluppo si rivelano inadeguate, intanto, della sofferenza del Mezzogiorno ne risente tutto lo Stivale. Inoculare il veleno dell’odio sociale in una Italia già spaccata di suo, può essere interpretata come una prateria per quei delinquenti che frequentano gli stadi in nome della violenza e di una guerra tra frange più estremiste di tifoserie per le quali vige la legge della prevaricazione e della ritorsione.

L’autrice dell’articolo si professerà anche meridionale doc, il contenuto del pezzo sarà stato anche meno discutibile di quanto il titolo potesse far pensare, ma era facile prevedere che quel titolo avrebbe contrariato una parte di popolazione. Proprio quella parte che gode di meno possibilità e meno risorse rispetto al Nord, che deve fare i conti con l’inettitudine di certe amministrazioni, che vede i propri giovani costretti a combattere più del dovuto per affermarsi nella loro terra per non ingrossare le file di una diaspora che ne vede tantissimi sbarcare altrove. Sarebbe bello ritrovarsi a vivere in una Italia in cui ci sia reciproco rispetto tra un calabrese e un lombardo, un veneto e un campano, un trentino e un pugliese, ma la strada, a quanto pare, è ancora lunga.

 

Maurizio Longhi per BreveNews.Com

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