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La vera storia del Festival di Sanremo: quando la kermesse era napoletana

La vera storia del Festival di Sanremo:

LA VERA STORIA DEL FESTIVAL DI SANREMO

Inutile ormai ripetere che quasi tutti i napoletani sono patrimonio mondiale dell’umanità: ricchi nel dare, ma poveri nel ricevere. Ogni napoletano della storia, ha contribuito alla grandezza dell’italia e del mondo e, soprattutto, quando emigra dà un suo piccolo contributo per renderlo più bello e armonioso.

Un pò di amarezza però si sente sempre nel cuore delle persone che vengono a conoscenza delle verità storiche nascoste, e che vogliono cercare di rendere giustizia ai propri conterranei. Ogni persona al mondo che dà un suo piccolo o grande contributo per migliorarlo, ha il diritto di essere ricordato.

Parlando di Napoli, non si può dimenticare la grandezza di Giovan Battista Basile (giuglianese puro) che ne “lo Cunto de li Cunti” nel 1600, dà vita ad una delle fiabe più famose del mondo, quella di “Cenerentola” in perfetta Lingua Napoletana, oltre a quelle di Hänsel e Gretel, la Bella Addormentata nel Bosco, Raperonzolo (Petrosinella), il Gatto con gli stivali e tante altri. Eppure non viene mai ricordato da nessuno, tanto che ultimamente Zanichelli ha acclamato Perrault come creatore di Cenerentola, pentendosene amaramente in poco tempo dopo l’ira dei napoletani che rivendivacano la fiaba in nome del conterraneo Basile.

Non si può dimenticare la grandezza di Francesco del Giudice che due secoli fa diede il suo grande contributo per migliorare il corpo dei vigili del fuoco (nati sempre a Napoli nel 1806), e renderli moderni proprio come li conosciamo oggi, eppure in giro non lo conoscono e difficilmente viene mensionato. E non si può dimenticare nemmeno la grandezza di Antonio Miglietta che a Napoli scoprì il vaccino contro il vaiolo eppure, non viene ricordato.

E se parlassimo del napoletanissimo Luigi De Santis che insieme a Raffaele Viviani, Ernesto Murolo e il musicista Ernesto Tagliaferri, diedero vita al “Festival partenopeo di canti, tradizioni e costumi”. Per una settimana, nel 1931, andò in scena, a Sanremo, uno spettacolo di canzoni tutte partenopee che andavano dal settecento al novecento. Tutto il repertorio della musica napoletana. Senza nè gare, nè vincitori, tanto da rendere più famosa la Città ligure, quasi gemellata con Napoli. L’evento fu talmente grande da ripeterlo anche sul lago di Lugano nel 1934. Della serie i soliti Napoletani che fanno grandi le altre città con la propria musica e la propria arte.

Inutile dire che, tra le varie fonti cosidette ufficiali, quali Wikipedia ad esempio, se si cerca storia del Festival di Sanremo, viene mensionato solo l’anno 1951 (anno ufficiale della nascita del Festival), in quanto nel dopoguerra, Sanremo, città ormai diventata povera di turisti e di gloria, rispolvera nella stessa sede dell’antesignano partenopeo all’interno del Casinò Municipale. In pratica ciò che nel 1931 era stato fatto per la musica napoletana (l’Istituto Luce conserva ancora i documenti relativi a quell’evento), tanto da trasformare lo spettacolo della musica partenopea, in musica italiana.

Fu Amilcare Rambardi (un giovane floricoltore locale) che da spettatore del festival napoletano, diede vita, vent’anni più tardi, al festival di Sanremo. Rambardi, insieme al torinese Angelo Nizza e il napoletano Mario Sogliano, idearono la kermesse improntata proprio su quello che era stato fatto per la prima volta nella storia di Sanremo (nel 1931). Un grande spettacolo che valorizzasse la città, ma con gare e competizioni tra cantanti.

Napoli non restò a guardare, e quasi un anno più tardi nacque il “Festival della canzone napoletana”, questa volta a Napoli. Ci fu una vera e propria collaborazione con Sanremo, tanto da vedere artisti napoletani cantare in italiano in Liguria, e artisti italiani, cantare a Napoli in napoletano.

La bellezza e la grandezza della kermesse napoletana si distingueva per l’assenza di competizione tra artisti in gara (al contrario del festival di Sanremo). Inoltre, moltissime di quelle canzoni napoletane avevano fatto già il giro del mondo, attestando, sostanzialmente, che la musica italiana era la diretta discendente della musica napoletana.

Ma come spesso accade tra ‘strani’ intrighi, decisioni a tavolino e posizioni autoritarie, il Nord batte sempre il Sud (non certo per umanità). E così, nel 1971, si è deciso di decretare la fine del Festival di Napoli, e di spostare “chi contava” e “chi decideva” al festival di Sanremo. Dopo tanti complotti e aumento di tasse, si decretò la fine della collaborazione tra le due Città, e la fine proprio di un festival: quello del Sud.

E’ Napoli la patria della canzone e avrebbe tutto il diritto (ma non ne ha i poteri) di ricreare lo stesso Festival della canzone. D’altronde si sa, nel mondo cantano in napoletano e non italiano, ma sarebbe opportuno vedere riconosciuto il merito in ogni manifestazione e non certamente l’indifferenza.

Il grande Totò nel 1960 aveva capito cosa fosse il festival di Sanremo, tanto da abbandonare il ruolo di presidente di giuria che in un primo momento aveva accettato, perché inizialmente ignaro del poco peso delle sue scelte. Rinunciò ad un lauto compenso, per mantenere la sua dignità di uomo e di Napoletano. È Celebre la sua frase “Non faccio l’uomo di paglia per Sanremo”.

Consiglio di lettura: libro di Angelo Forgione molto documentato “Made In Naples”.

Emilio Caserta
Coordinatore giovanile Movimento Neoborbonico

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