Spettacolo

Benedetta Porcaroli si racconta: «“Baby” un ritratto generazionale duro. Ma la realtà è peggio. Da adolescente anchio…»

Benedetta Porcaroli si confessa. La protagonista di ‘Baby’, serie Netflix ispirata alla vicenda delle giovani squillo, ha rilasciato una intervista a Il Corriere della Sera:

Adolescenti oggi. Quella generazione è davvero così?
«È peggio». 

Gulp. 
«L’anno scorso c’è stato qualche problema con Netflix. Sono state bannate molte cose perché in America non volevano spettacolarizzare la prostituzione minorile. Secondo me è un errore edulcorare: Baby è ispirato a un fatto di cronaca reale. Per la seconda serie, che cominciamo a girare tra un mese, credo che ci sia una green light per approfondire il racconto».

Non pensi che una fiction che spiattella casi di prostituzione minorile possa essere un cattivo modello?
«Direi di no. La serie non giudica in modo moralistico e non esalta modelli. Credo sia interessante e giusto raccontare il male, l’importante è raccontarne anche le conseguenze. All’inizio si può restare affascinati, ma se si vede come va a finire… parliamo di storie tragiche».

Tu hai mai avuto il sospetto che tra le tue coetanee di Roma ci fosse qualcuna che si prostituisse?
«No. Avevo incrociato le due ragazze in giro per locali di Roma Nord».

… la zona della città considerata più ricca e fighetta…
«… ma non avevo idea di che cosa succedesse. Si diceva che fossero disinvolte, ma nulla di più. Ora mi dicono che in realtà il giro di prostituzione fosse anche più esteso e che ci fosse addirittura rivalità tra baby squillo».

Nella fiction Baby si vede parecchia droga.
«Non solo nella fiction. Ne gira tanta».

Molte canne e molta cocaina?
«Dirò una cosa politically uncorrect».

Prego.
«Fumo ed erba non le considero droghe».

Sei per la liberalizzazione?
«Sarebbe una buona idea. Altro discorso per la cocaina o le droghe sintetiche».

Tra i tuoi amici… 
«Qualche canna. Capita anche a me, ma poi mi vengono le paranoie. Anche con l’alcol… non mi regge il fisico, quindi poca roba».

I protagonisti di Baby finiscono anche in una storia di video hard tra innamorati, poi diffusi tra gli amici

«Quelli non li ho mai incrociati. Io al massimo da ragazzina ho mandato qualche foto ammiccante al mio fidanzato. E mi è capitata in chat una foto di una ragazza nuda. Non so perché si facciano fotografare nude».

Tu ne hai combinate tante?
«Mai cose gravissime. Dopo una festa mi è successo di prendere contromano il Muro Torto…»

…strada pericolosissima…
«… o di farmi qualche canna a scuola, o di uscire la sera tardi dopo aver detto a mia madre che stavo in casa. Ma niente di violento o di sconvolgente. Molti miei coetanei facevano ben di peggio. Mi è capitato di incontrare ragazzi, benestanti, a cui nessuno ha mai elargito la minima educazione. Ma niente proprio, eh. Sembrano tele-trasportati sulla Terra da un altro pianeta senza alcuna nozione della convivenza civile».

I tele-trasportati…
«Spesso strafottenti e impuniti. Con i genitori che non si chiedono come utilizzino i cento euro che gli danno ogni giorno. Poi scoprono che si fanno di cocaina e scoppia lo scandalo. Il guaio è che molti genitori fanno fatica anche solo a pensare di stare appresso ai propri figli. Non costruiscono nessun dialogo. E allora che li fai a fare?».

Tu hai un buon rapporto con i tuoi genitori?
«Sì, con mia madre parlo molto e mi confronto. Mio padre è un pischellone, si confida». 

 
Benedetta mi mostra un tatuaggio che ha tra la schiena e il collo: 
«È l’occhio di mia madre. Mi fa vedere anche la scritta No angel che ha sul braccio, ma la etichetta come errore di gioventù»
 
Torniamo ai genitori. 
«I miei non sono tra quelli che hanno l’ansia di sembrare giovani».
Ne hai incontrati tanti così?
«Eeeeeh. Padri che girano per locali vestiti da ragazzini. Mamme che odiano le figlie perché sono giovani. E ricorrono alla chirurgia plastica. Ma perché? Che poi escono fuori tutte uguali!».

La chirurgia estetica è molto diffusa anche tra le tue coetanee?
«È una follia. Io non potrei mai. Per due motivi: sono ipocondriaca. E poi vorrei continuare a lavorare con la mia faccia».

Hai un buon rapporto con il tuo corpo? 
«Non mi guardo allo specchio urlando “quanto sei fica”, ma mi considero carina».

Appena scendiamo da cavallo ci corre incontro un labrador. Benedetta gli strappa una palla da tennis dalla bocca e gliela rilancia: 

«Io ho un jack russell pazzo di quattro anni». 
 
Sorride e torna a parlare della sua generazione. Mi spiazza: 
«Ammetto che mi hanno presa per i capelli. A sedici anni ero smarrita, se non avessi cominciato a recitare avrei rischiato seriamente di diventare la tipica stronzetta di Roma Nord». 
 
Cominciamo a parlare del percorso che l’ha portata a diventare attrice. Recitare era il tuo sogno da bambina?
«No. Tutti mi dicevano che avrei dovuto provare, ma io snobbavo pure le recite e i laboratori teatrali al liceo. Facevo canto ed ero attratta dalle robe artistiche».

Che cosa immaginavi di fare da grande?
«La criminologa. O la psicologa».

Sei mai stata in analisi?
«Sì. Ho cominciato a quattordici anni. Ma non con un percorso assiduo. Ogni tanto ho bisogno di parlare con qualcuno senza sentirmi in colpa perché gli sto attaccando un pippone».

Traduco pippone: un lungo discorso noioso. L’analisi…
«La spinta è stata la separazione dei miei genitori. L’assestamento è stato complicato. Io avevo nove anni, mio fratello Guglielmo due».

Da ragazza che cosa guardavi in tv o al cinema?
«Hanna Montana, Harry Potter… Papà, invece, mi faceva vedere i film con Anna Magnani o con Alberto Sordi. Sono cresciuta col culto della romanità».

A scuola come andavi?
«Male. Soprattutto in condotta. Ero abbastanza casinara. Mio padre mi aveva sconsigliato il liceo classico. Io, per orgoglio, non gli ho dato retta e ho scelto il Mamiani…».

Istituto romano piuttosto duro.
«Non ero pronta, né preparata. Il primo anno mi sono presa tre debiti. La preside mi consigliò di farmi bocciare e di ripartire dal linguistico. Invece studiai tutta l’estate e passai gli esami di riparazione. Quando a sedici anni ho cominciato a lavorare ho lasciato il Mamiani e mi sono trasferita in una scuola privata».

La leggenda narra che per un po’ hai fatto la modella.
«Macché! Sono stata due o tre volte sul set di un marchio di vestiti per adolescenti».

Il primo ciak?
«A 16 anni. Mia madre era amica di Fiamma Consorti…».

… agente di giovani star e moglie dell’attore Paolo Calabresi…
«Fiamma mi propose di fare il provino per la serie tv Tutto può succedere».

Come andò?
«Ho il video: una roba agghiacciante. Gli attori che nella fiction interpretavano i miei genitori, Pietro Sermonti e Camilla Filippi, mi presero sotto la loro ala».

Vita sul set.
«Una quantità di pose incredibile. Per tre stagioni, otto mesi all’anno, sono stata tutti i giorni davanti a una cinepresa. E lì ho imparato: tendo a incamerare e a rielaborare quel che mi si muove attorno. Poi il mio fidanzato è regista, quindi ora molte cose le provo con lui».

È un regista coetaneo?
«No, ha trentanove anni. Si chiama Michele Alhaique».

Ti sei iscritta all’Università? 
«Sì, Filosofia. Ho dato da poco Logica e comunicazione. Dovevo cominciare a studiare per Estetica, ma a breve cominciano le riprese di Baby2, quindi mi sono fermata».

Hai mai pensato di frequentare una scuola di recitazione?
«Sì ma vorrei farla all’estero. Magari a Londra».

Chi è il regista dei sogni?
«In Italia Matteo Garrone. Nel mondo Denis Villeneuve, David Fincher e Xavier Dolan».

Gli attori con cui vorresti duettare?
«Elio Germano, Valeria Golino. Oppure Steve Carell, Benicio del Toro, Amy Adams».

C’è un personaggio che hai visto recentemente che ti avrebbe fatto piacere interpretare?
«Il ruolo di Emma Stone in La favorita: una evoluzione della personalità travolgente. Sarebbe uno stimolo lavorare su un carattere così grottesco».

Un tipo sui trentacinque anni ci si affianca e le chiede un selfie. Lei si presta. È un rito a cui sembra decisamente abituata. Racconta: 

«La prima volta che mi è successo ero in palestra. Mi si è avvicinata una signora, mi ha fatto i complimenti e mi ha chiesto una foto, pensavo che fosse impazzita».

Ti danno fastidio i fan?
«No, faccio tutto quel che chiedono: foto, autografi… Ma un po’ mi scuote quando vedo che intorno a me si muove qualcosa: gruppi di ragazzi che cominciano a fissarmi da lontano, che filmano o fanno foto di nascosto. Dopodiché la notorietà mi piace, soprattutto se la sento legata alla qualità del mio lavoro. È un quantificatore».

Oggi un altro quantificatore di successo sono i follower sui social network. Tu hai un esercito di social seguaci. Su Instagram sono 560 mila.
«Prima di Baby erano circa centosettantamila, poi… È il mondo Netflix. Diventi globale. A Miami mi hanno fermato dei portoricani per farmi i complimenti, una cosa assurda».

C’è chi, con un numero come il tuo di follower, usa Instagram per arricchirsi.
«A me diverte starci perché mi piacciono le foto, mi piace lavorare sulla mia immagine, ma ho rifiutato già molte sponsorizzazioni».

Perché? 
«Mi hanno proposto migliaia di euro per ogni foto postata con indosso un determinato vestito. Ho rifiutato, ho rinunciato a un botto di soldi. Non ci riesco, non è roba mia».

Chiara Ferragni lo fa e guadagna milioni di euro.
«Ma quello è il suo lavoro. Se lo è inventato praticamente lei, un genio. Io faccio l’attrice».

Come spiegheresti questo fenomeno di Instagram ai tuoi nonni? 
«I miei nonni? Loro sono presentissimi su Instagram. Se mio nonno si accorge che non ci sono foto nuove mi chiama e mi esorta: “Oh, è da due giorni che non posti nulla!”».

Hai recitato nel film Perfetti sconosciuti, storia di una cena durante la quale emergono i segreti indicibili che ogni personaggio nasconde nel suo telefono. Mi daresti il tuo telefono per dieci minuti?
«Certo. Tieni…».

Davvero posso sbirciare?
«Sì. Non riesco a gestire neanche una piccola bugia. Al massimo troverai qualche messaggio imbarazzante al mio fidanzato a cui chiedo di comprare gli assorbenti».

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