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Spettacolo

Giordano Bruno Guerri: “Sono uscito dalla trasgressione con l’analisi. Ora ho paura per i miei figli. Su Lanzarote…”

Giordano Bruno Guerri, storico, saggista, editorialista, ha rilasciato una intervista ai microfoni de Il Corriere della Sera’:

Giordano Bruno Guerri che genitore è?
«Un vampiro; succhio l’energia di Nicola e Pietro come una trasfusione di vita».
Si vanta di avere sempre corso i pericoli…
«Per certezza dell’impunità. I lupi riconoscono i lupi».
Oggi di cosa ha paura?
«Per me, di nulla; ne ho invece molta, moltissima per i miei bambini. E di tutto, da una semplice caduta all’insensata violenza del mondo».Prima di loro ha avuto una vita spericolata.
«Chiamatela pure trasgressiva».Cos’era per lei la trasgressione?
«Fare quello che mi andava per aggiungere piacere al piacere».Quando si è riappropriato del senso del limite?
«Quando mi sono accorto che il piacere si era trasformato in coazione a ripetere. E che ero arrivato ad annoiarmi di me. Ma mi sentivo prigioniero di un meccanismo dal quale non riuscivo a uscire. Decisi di andare in analisi. Lì ho capito che dovevo ricominciare a scegliere».E ha incontrato Paola Veneto, autrice televisiva, radiofonica, teatrale.
«Mia moglie. L’amore salvifico. Venne a casa per farmi un’intervista su Pasolini. E sapendo dei miei istinti predatori arrivò accompagnata».Cosa l’ha conquistata di Paola?
«L’intelligenza, la tenerezza verso i miei gatti. E soprattutto con lei mi sono sentito capito».La sua famiglia vive a Lanzarote, Isole Canarie. Lei lavora a Gardone Riviera. Incontrarsi non è comodissimo…
«Trascorro con loro una decina di giorni al mese. Da Bergamo, con i voli low cost, ci impiego forse meno che arrivare a Roma. E Lanzarote è l’isola perfetta per crescere, studiare, scrivere. La scelse come buen retiro anche José Saramago. C’è ancora la sua casa. E pure quella, scavata in una colata di lava, dell’architetto-designer César Manrique, autore anche della villa da sogno di Lag-O-Mar per Omar Sharif, che la perse a carte in una notte».

Non era animale metropolitano?
«Amo New York e Rio de Janeiro. E avevo l’idiosincrasia per le isole da cui non potevo scappare a nuoto».

Qual è il ruolo dell’intellettuale?
«Seminare dubbi, contrariamente ai politici, che dispensano sempre e solo certezze. È la stessa differenza che passa tra filosofia e religione. La verità rivelata è intollerabile».

Crede in Dio?
«No».

E pensa ogni tanto alla morte?
«Mai. Ho sempre vissuto libero e incosciente, senza progettare il futuro. Ho una madre centenaria. Una sorta di patente per l’immortalità».

A dispetto dei passati eccessi?
«Un giorno, in un momento di particolare disordine come pratica quotidiana, un medico mi disse: “Lei sta consumando in una vita sola la salute accumulata in venti generazioni di contadini”. Oggi ho cura di me. Sento il dovere, peri miei figli, di mantenermi giovane e vitale».

Intelligenza fa rima con…
«Velocità. Di pensiero e di azione».

Passioni insospettabili?
«I film di fantascienza. Non quella d’intrattenimento alla Star Wars, ma la fantascienza visionaria, profetica, alla Star Trek, alla Blade Runner. Perché tutto quello che l’uomo è capace di pensare, è anche capace di realizzare. Come storico, ho l’illusione di proiettarmi nella storia del futuro». Cosa la inquieta di più della storia di oggi? «Il trionfo dell’ipocrisia istituzionalizzata».

Giordano Bruno Guerri, cosa trova insopportabile?
«Oltre ai cretini, il cinema francese: cupo, opprimente, disilluso. Ho bisogno dell’happy end. Se non c’è, ci resto male».

Gli amici del cuore?
«Roberto D’Agostino, AlainElkann, Vittorio Sgarbi, in ordine alfabetico».

Chi avrebbe voluto essere se non fosse diventato chi è?
«Un poeta come Walt Whitman, per l’esistenza avventurosa, a tratti misteriosa. E la capacità di scrivere liriche folgoranti come quelle raccolte in Foglie d’erba. Oppure un grande rivoluzionario. Come Gesù. Che ha sradicato la cultura ebraica in cui è nato come una zolla d’erba e l’ha sventolata al sole».

Qualche rimpianto?
«Non avere avuto il talento dei grandi narratori. Che scrivono storie inventate come fossero vere. Io, invece, le storie le scrivo già vere».

L’apprezzamento più gradito?
«Di mia moglie Paola. Quel giorno che mi ha detto: “In fondo lo avevo capito che eri buono”».

Come vorrebbe essere ricordato?
«Con la formula scolpita sulle tombe di una volta: padre e sposo esemplare».

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