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Angelo Licheri la confessione 38 anni dopo: “Mi calai nel pozzo per salvare Alfredino, poi me ne andai..”

Angelo Licheri racconta a Il Corriere della Sera quando cercò di salvare Alfredino

Angelo Licheri è l’uomo che si calò nel pozzo di Vermicino per cercare di salvare il piccolo Alfredino Rampi. All’epoca aveva 37 anni e faceva il fattorino per una tipografia, a Roma. Oggi a 75 anni vive n una casa di cura a Nettuno, sud di Roma. Al Corriere della Sera ha raccontato i giorni della tragedia. “Per anni”, racconta lui, “ho sognato la morte con la falce sulle spalle che veniva a prenderlo. Io stavo lì a proteggere un pozzo e le dicevo: lo vuoi? Devi fare la guerra con me se lo vuoi. Lei se ne andava ridendo e mi diceva: ci rivedremo”.

Licheri racconta la sua discesa nel pozzo a testa in giù. Nelle fotografie che scattarono appena uscì dal pozzo, Angelo Licheri aveva le guance rigate da lacrime e fango. E aveva la pelle scorticata, sangue ovunque per le lacerazioni alle gambe, alle braccia, alla schiena. Ma la ferita che faceva più male, quella che non sarebbe guarita mai, era la sconfitta. Non era riuscito a salvare Alfredino, non era stato possibile strapparlo dal buio nel quale era precipitato, chissà come, la sera del 10 giugno 1981.

Angelo Licheri era uno dei 32 milioni di telespettatori incollati alla televisione per seguire la diretta no stop della Rai sulle operazioni di salvataggio di quel bambino. Rimase davanti allo schermo per due giorni finché la sera del 12 giugno disse alla donna che allora era sua moglie: “Esco a prendere le sigarette”. E lei: “Fra mezz’ora è pronta la cena”. Lo vide uscire e – confesserà dopo – le venne spontaneo un pensiero. “Vuoi vedere che quel pazzo vuole andare a Vermicino…”.

Angelo è rimasto nel pozzo a testa in giù per 45 minuti, ben oltre i limiti massimi di resistenza ipotizzati. “Gli tolsi il fango dagli occhietti e dalla bocca e cominciai a fargli promesse che avrei senz’altro mantenuto” ricorda lui. “Gli dissi: ho tre bambini e uno è più piccolo di te. Hanno tutti la bicicletta. Sai che facciamo? Appena usciamo ne compro una anche a te, vedrai che sarai orgoglioso di questa bici nuova. E poi ti compro anche una barchetta, mi hanno detto che sai pescare bene… Lui emetteva quel rantolo che è qui, nella mia testa…”.

Lo imbragò una prima volta e diede il segnale alla squadra in superficie. Ma lo strattone fu troppo forte e la cinghia scivolò fuori dalle braccia. La rimise e tentarono ancora ma stavolta fu il moschettone a sganciarsi. “Ho provato a prenderlo per i gomiti ma niente, non si riusciva. Alla fine l’ho afferrato per i polsi e nel tentativo di tirarlo su gli ho rotto quello sinistro. Ho sentito un lamento, lieve. Non aveva più forze, povera creatura. Gli ho detto: dopo tutta la sofferenza che hai patito ci mancavo proprio io a farti ancora più male…. Dopo vari tentativi andati a vuoto, l’ultimo che ho fatto è stato prenderlo per la canottierina, ma appena hanno cominciato a tirare ho sentito che cedeva… E allora gli ho mandato un bacino e sono venuto via. Ciao piccolino”.

Angelo poi racconta. “Quando mi tirarono su mi ritrovai davanti alla mamma di Alfredino. Venne da me e mise le sue mani sulle mie guance: mi dica come sta il mio bambino, chiese. Io fui sincero: signora, è ancora vivo ma se non si fa in fretta non so quanto potrà resistere. Ancora oggi ogni tanto la sento per un saluto”.

Angelo Licheri – Fonte:  Il Corriere della Sera

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