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Luxuria si racconta: “Ho amato una donna. Il preside di destra mi punì perché ‘sculettavo'”

Vladimir Luxuria si racconta ripercorrendo la sua gioventù, e non solo, in una intervista ai microfoni de ‘Il Corriere della Sera’

Vladimir Luxuria si racconta: “Ho amato una donna. Il preside di destra mi punì perché ‘sculettavo'”. L’ex deputata, 55 anni, ripercorre la sua gioventù, e non solo, in una intervista rilasciata ai microfoni de ‘Il Corriere della Sera’.

Da poco hai scritto un libro, «Perù, aiutami tu», per Piemme. È vero che fai lunghi viaggi in solitaria?
«Sì, sono laureata in lingua e letteratura inglese, questi viaggi li facevo per allenarmi con la pronuncia. Oggi li faccio per piacere. L’ultimo è stato in Tunisia. Quando viaggio da sola non esco abbigliata in maniera succinta, cerco di non provocare, ma non rinuncio a questi periodi nomadi. A proposito, ti ho portato un regalo».

Tre datteri, grazie.
«Sono abituata alla gentilezza. Da adolescente era una maschera necessaria. Sai che cosa significa essere stati ragazzi omosessuali nel Sud Italia degli anni Settanta e Ottanta? Significa che le prendevi e basta. Senza una ragione precisa, persino senza un movente politico o ideologico: arrivavano in gruppo, armati di bastoni, e ti picchiavano. A casa inventavo ogni volta scuse assurde per giustificare le ferite in faccia, non potevo dire che mi piacevano gli uomini e che volevo uscire con il rossetto. E in Questura nessuno mi avrebbe aiutato. Oggi però tra le forze dell’ordine le cose sono cambiate».

Ti picchiavano anche nel liceo di Foggia dove hai studiato?
«C’era un preside destrorso che davanti a tutti mi diceva: “Guadagno, la smetta di camminare sculettando”. Mi punì con il basso voto in condotta, nonostante io andassi benissimo nelle altre materie. E sai che fecero gli studenti? Scioperarono e mi elessero rappresentante di classe».

È difficile oggi immaginare un mondo in cui le parole «bullismo», «femminicidio», «violenza di genere» non esistono.
«Non c’era nulla. Non un’associazione, non un luogo di ritrovo. Eravamo anime perse e tanti svanirono davvero. Anche io, ad un certo punto, mi stavo perdendo: alcol, droga, persino sesso a pagamento. Era un tempo di mezzo tra l’adolescenza e la vita a Roma, prima dell’attivismo vero e proprio. Poi mi salvò il buddismo».

Ma oggi sei cattolica praticante, vero?
«Sì ma solo perché don Andrea Gallo mi riportò in chiesa. Da ragazzo ho fatto anche il chierichetto e ho insegnato catechismo, ma una volta avevo provato a raccontare ad un prete che non mi piacevano le donne: apriti cielo. È questo il punto: prima che arrivassero i Gay Pride, l’Arcigay, le battaglie per i diritti degli omosessuali, semplicemente noi non esistevamo. Eravamo degli zombie. E i miei gesti estremi erano tentativi di sparizione».

Don Gallo lo hai incontrato in tv?
«Sì, in diretta sulla Rai lui disse che la transessualità era un dono di Dio. Ha sempre cercato di portarmi nel suo recinto, diceva che chi mi emarginava non aveva mai letto il Vangelo. Oggi che sono tornata a pregare ho capito anche un’altra cosa: che in me, in realtà, non si è mai spento il desiderio di avere un figlio. È solo che l’ho represso perché per anni sono stata costretta a fingere. In famiglia, a scuola, persino con gli amici. Non capivo chi fossi, volevo rientrare in parametri normali ma non ci riuscivo. Sono arrivata al punto che, da adolescente, avevo quasi deciso di sfruttare questa mancanza di desiderio per le donne e di farmi prete».

Luxuria si racconta: “Ho amato una donna”

Mai amato una donna?
«È la prima volta che ne parlo: sì, si chiamava Sarah, una ragazza inglese bellissima che conobbi a sedici anni in discoteca. Mi sentivo attratto ma allora non riuscii ad avere nessun tipo di rapporto intimo. Eppure per anni, in seguito, ci siamo sentiti, trovati, cercati. Per me c’è stata sempre. Poi lei è morta e allora suo figlio mi ha cercata per dirmi che sua madre gli aveva parlato a lungo di me. Oggi comprendo che quella è stata una forma d’amore, una forma diversa da quella “tradizionale”, ma non saprei definirla altrimenti».

Forse è questo il punto, non fossilizzarsi sulle forme tradizionali dell’amore e ammettere, finalmente, che «conteniamo moltitudini»?
«Lo ha capito anche la mia famiglia. Quando organizzammo il primo Gay Pride nella mia città mio padre, autotrasportatore foggiano, arrivò con il suo camion dove per una volta non c’erano pomodori ma drag queen. E persino mio fratello: lui, capo della tifoseria del Foggia — sì, avete capito bene — si presentò vestito di un boa di struzzo rosa. Nessuno del suo gruppo osò fiatare, perché aveva ragione don Gallo quando diceva che “l’odio grida ma l’amore può gridare ancora di più”».

Il più grande dolore della tua vita?
«Decisi di devolvere metà del montepremi vinto all’Isola dei Famosi all’Unicef. E il presidente Vincenzo Spadafora mi chiese di andare in Mozambico a visitare i villaggi. Conobbi un bambino. Tanti giorni assieme a lui, abbiamo condiviso tutto della sua vita. Poi arrivò il momento di salutarci: non dimenticherò mai il suo sguardo deluso, addolorato, tradito. Sì, io me ne stavo tornando nel mio mondo, come se niente fosse. Mi sono sentita malissimo e non sono uscita di casa per due giorni».

E oggi, sei impegnata?
«No, è appena finita una storia con un ragazzo curdo: se n’è andato in Germania. Era stato chiaro sin dall’inizio che sarebbe rimasto in Italia per poco tempo. Ma sono certa che un amore arriverà. E io sarò bellissima».

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