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Nicoletta Mantovani racconta Pavarotti: “Nostro figlio morto, la mia malattia. Ho avuto solo 1 storia dopo di lui”

Nicoletta Mantovani racconta Pavarotti e la loro storia durata quindici anni in una intervista rilasciata ai microfoni de ‘Il Corriere della Sera’

Nicoletta Mantovani racconta Pavarotti: “Nostro figlio morto, la mia malattia. Ho avuto solo 1 storia dopo di lui”. Di seguito alcuni passaggi dell’intervista apparsa su ‘Il Corriere della Sera’.

Che ragazza è vostra figlia Alice?
«Determinata, tosta, difende diritti importanti, le piace informarsi, fa il classico. Non sa cosa farà da grande. Non lavorerà in campo artistico. Forse sarà giudice o si darà alla politica. Ha preso il senso di giustizia del padre. Aveva 4 anni quando Luciano venne a mancare. Di lui, ricorda quando vedevano alla tv i cartoni di Nemo, o quando dipingevano insieme».

In che rapporti è con le tre figlie che Pavarotti ebbe dal primo matrimonio?
«La rottura con loro non c’è mai stata. Da quando Cristina ha avuto Caterina, che ha la stessa età di Alice, ci capita di fare le vacanze insieme. Amiche con loro tre è una parola grossa ma ci vediamo regolarmente, una o due volte al mese. I filmati e i ricordi per il documentario di Ron Howard le abbiamo date tutte noi, l’archivio e la Fondazione che porta il nome di Luciano».

Adua, la donna che lo accompagnò fin dai suoi primi successi giovanili, intervistata da Howard dice: «Mi parlavano di tradimenti e non volli mai credervi, quando avevo dei sospetti Luciano mi giurava che non era vero niente. Capii dopo che diceva il falso».
«Ron Howard, che ha fatto un lavoro straordinario con lo sguardo di chi non era appassionato d’opera, ha dato la possibilità a tutti quelli che hanno amato Luciano di parlare. Con Adua non ho rapporti, ci siamo incontrate una sola volta a un funerale. C’è una vecchia intervista in cui Luciano dice: “Soffrivo anch’io, mia moglie di più. Ma mi ero innamorato”. Il filmato esce in tutto il mondo, in Usa ha incassato quasi 7 milioni che è una cifra enorme per un documentario, ed è stato il secondo più visto degli ultimi cinque anni dopo quello su Amy Winehouse».

Come vi eravate conosciuti?
«Avevo 23 anni, lui 34 in più. Ero una studentessa bolognese di Scienze naturali in cerca di un lavoro estivo. Mi presentai al colloquio, proprio qui accanto, nella scuderia che oggi non c’è più, e mi imbattei in lui. Che non doveva esserci, naturalmente non partecipava a quelle riunioni. Ero imbarazzatissima. Lui mi scrutava, io zitta. Presi coraggio e gli chiesi: le piacciono i cavalli? E lui: la prossima domanda è se mi piace cantare? Fui assunta. Luciano entrava in ufficio tutti i giorni, le sue collaboratrici non capivano».

Dopo sei mesi, una notizia traumatica.
«Eravamo a Los Angeles, dal bacino in giù non sentivo più niente. Non sapevo nemmeno cosa fosse la sclerosi multipla. Luciano mi disse: fin qui ti ho amato. D’ora in poi ti adorerò. Decidemmo di non dire niente a nessuno salvo (anni dopo) a Rita Levi Montalcini, incontrata in un’occasione pubblica. Luciano fu straordinario nel rincuorarmi».

Cosa le diceva?
«Mi raccontava della guerra, durante i bombardamenti in casa si mettevano in circolo e cantavano tutti assieme cercando di superare il rumore delle bombe. Poi mi diceva di non guardare la sclerosi come qualcosa di negativo, era un’opportunità per migliorarsi. Ho capito che era una parte di me, l’avrei avuta per sempre, dovevo imparare a conviverci».

Nicoletta Mantovani racconta Pavarotti

Quali cure fece?
«Tradizionali, all’inizio. Venticinque anni fa ci si curava con il cortisone, poi sono passata all’interferone con effetti collaterali pesanti. Per puro caso incontrai il professore Zamboni, chirurgo vascolare: scoprì che molti suoi pazienti avevano tratti in comune con i malati di sclerosi. È ancora sotto sperimentazione, ma ha avuto riconoscimenti scientifici».

Il momento più bello e quello più doloroso fra lei e Pavarotti?
«Quando mi laureai era in tournée a Tokyo. Prese un volo e mi raggiunse a Bologna, stavo festeggiando con i parenti. La mattina dopo ritornò in Giappone. Dolori, ne abbiamo avuti tanti, i gemellini…Riccardo è nato morto. Artisticamente era sempre positivo, lui cantava per passione, aveva una forma di devozione per l’opera».

Se un arredamento non le piaceva?
«Eh, me la facevo andar bene. È rimasto tutto com’era, la sua presenza è fortissima, a volte mi sembra che possa spuntare da un momento all’altro. In cucina, il suo regno, c’è due di tutto, due lavelli, due lavastoviglie…».

In mezzo a tutti questi ricordi, sembra più di un grande artista con il frac, il sorriso aperto a una ruspante, generosa bonomia emiliana, il fazzoletto in mano e le braccia aperte che sembra abbracciare il mondo.
«Ma sa, per la Decca ha venduto 90 milioni di dischi, fu premiato alla Casa Bianca da Kofi Annan, ci sono lettere di Frank Sinatra che gli disse, dopo un loro duetto, che My Way era diventata Our Way. Qui c’è la celebre foto ingrandita al Columbus Day di New York. Voleva sfilare a cavallo, gli dissero che non c’erano precedenti e dunque non era possibile. Ci ripensarono. Ma c’è un episodio che non si conosce. La vede quella macchia scura sotto il camicione con i colori della bandiera americana? È un giubbotto anti proiettile. Luciano due giorni prima aveva ricevuto una lettera anonima: nel momento in cui avrebbe abbracciato il presidente Jimmy Carter, un cecchino avrebbe sparato. Lui andò, ma mi confessò di avere avuto un brivido in quel momento».

Nel filmato gli chiede come avrebbe voluto essere ricordato.
«Era un filmino amatoriale. Come artista, il fatto di aver portato la lirica alle masse. Come uomo, aveva il rimpianto di non aver potuto essere il padre che avrebbe voluto essere».

Se ripensa a quei 15 anni?
«È un misto di sentimenti, la malinconia certo… Non è semplice andare avanti portandosi dentro tutto».

Dopo Luciano…
«Ho avuto una relazione importante di 7 anni con un uomo che gestisce teatri. Non abbiamo resistito alla crisi del settimo anno. La vita va avanti e Luciano avrebbe voluto questo, che continuassi a vivere. Sarà sempre nel mio cuore, è stato tutto, il mio compagno di vita, il mio maestro, il padre di mia figlia. Non poteva augurarmi che di sorridere alla vita».

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