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Spettacolo

Pavarotti, la prima moglie Adua Veroni: “Quel momento in cui provai una gran pena. Su Placido Domingo…”

Luciano Pavarotti, la prima moglie Adua Veroni racconta la sua vita accanto al mito in una intervista rilasciata ai microfoni de ‘La Repubblica’

Pavarotti, la prima moglie Adua Veroni: “Quel momento in cui provai una gran pena. Su Placido Domingo…”. La prima moglie del tenore racconta la sua vita accanto al mito in una intervista rilasciata ai microfoni de ‘La Repubblica’. Ve ne proponiamo alcuni passaggi.

«Vivere con un mito, vuol dire semplicemente annullare sè stessi». Consigli a chi si trova in questa situazione?
«A mio avviso è sano condividere e ponderare le scelte e farsi consigliare da persone fidate e del mestiere. Mai intromettersi, per esempio, nelle questioni che riguardano il rapporto tra l’ artista e la direzione artistica di un teatro. È poi importante essere sinceri, e critici. Calato il sipario, tutti lodano l’ artista anche quando le cose non sono andate poi così bene. Invece la verità va detta».

Pavarotti accettava le critiche?
«Assolutamente sì, ascoltava le mie osservazioni e anche quelle delle figlie. La critica onesta serve molto più di un’ approvazione. E la cosa gli era perfettamente chiara».

Pavarotti, la prima moglie Adua Veroni: “Se vivi con una leggenda devi fare da contrappeso”

Al partner di un artista tocca spesso occuparsi delle questioni pratiche. Accadeva anche a voi?
«Eh, sì. Questi sono i casi in cui devi fare il tuo ma anche quello che toccherebbe all’ altra parte della coppia. Se vivi con una leggenda devi fare da contrappeso, risolvere i problemi che potrebbero compromettere la serenità dell’artista. Così come certe comunicazioni vanno fatte nel momento giusto. Ricordo, per esempio, che quando nostra figlia Lorenza fu operata di appendicite, lo avvisai quando tutto si stava risolvendo».

Faceva in modo che vivesse sotto una campana di vetro…
«È così che funziona, l’artista deve potersi occupare serenamente del suo lavoro».

[…] Come conobbe Pavarotti?
«Frequentavamo la stessa scuola, l’ istituto magistrale. Io avevo 17 anni e lui 18 nella stessa scuola ma non nella stessa classe».

Com’ era la famiglia di Pavarotti? Sappiamo che era molto legato ai genitori.
«Erano persone molto semplici, disponibili. Il papà era d’ una simpatia genuina. Adorava l’opera, cantava nella Corale Rossini di Modena, dove fece entrare anche Luciano ancora giovanissimo. Adele era più introversa del marito ma molto sensibile e romantica».

Si riavvicinò all’ ex marito durante la fase della malattia. La riconciliazione la fece sentire un poco più sollevata?
«Sollevata non direi proprio. Non stava per niente bene sia fisicamente che psicologicamente. È andata così. Diciamo che provavo una gran pena».

Cosa dice del recente docufilm di Howard?
«L’ impostazione registica mi è piaciuta e ritengo sia riuscita a far percepire al pubblico l’ essenza della personalità di Luciano; mentre, sul piano narrativo, avrei preferito avendo vissuto tante situazioni in prima persona un racconto più puntuale. Ho avvertito poi la mancanza di molti testimoni che hanno veramente avuto un ruolo fondamentale nella vita di Luciano, sia condividendo con lui la realtà di tutti i giorni che l’ esperienza del palcoscenico».

Pavarotti, la prima moglie Adua Veroni: “La mia opinione sul docu-film”

[…] Quali opere e arie cantate da Pavarotti accendono i ricordi più intensi?
«Senz’altro La Bohème perché gli ha permesso di iniziare la carriera da protagonista, dandogli la certezza che poteva finalmente considerarsi un tenore in carriera. Questo ha fatto sì che potessimo fare progetti per il futuro e di creare una nostra famiglia. Ricordo l’emozione che provai quando, in occasione del debutto, alla fine della romanza Che gelida manina, il pubblico applaudì con grande calore ed entusiasmo. Fondamentale anche il ruolo di Riccardo in Un Ballo in Maschera, personaggio da lui molto amato».

[…] Possiamo immaginare il mix di rabbia e frustrazione quando un malanno manda all’ aria una recita. Ma chi sta accanto all’ artista, come vive questi momenti?
«Sono situazioni terribili. Ricordo, al Festival di Salisburgo, ero in piedi in galleria seguendo La Bohème diretta da Karajan. Alla fine del primo atto, la voce di Luciano si troncò all’ improvviso. Mi sentii svenire, tanto che dovetti appoggiarmi ad una colonna che avevo di fianco. Corsi in camerino e dissi a Karajan che Luciano non poteva proseguire. Lui replicò che doveva continuare anche solo per rispetto di quanti avevano pagato il biglietto. Insistetti di nuovo, ma niente. Karajan fece intervenire il suo medico. Costui mise nella gola di Luciano un ferro, per me lunghissimo, per rimuovere quel catarro. Un ferro di tortura perché Luciano si lamentava per il dolore. Però poi tornò in scena e fu un grande successo».

Nel film, si vede Pavarotti raggiungere il palcoscenico dicendo: «Vado a morire». Era un modo per sdrammatizzare oppure faceva sul serio?
«Soffriva. Non prese mai alla leggera nessuna recita. Aveva sempre paura che un incidente potesse compromettere l’ esito della serata. Il cantante è come l’ equilibrista, cammina sul filo. La voce è un organo delicatissimo».

Pavarotti, la prima moglie Adua Veroni: “Dopo un po’ di anni divenni sua agente”

A un certo punto, lei fu pure sua agente.
«Non da subito però e sempre in collaborazione con gli altri suoi rappresentanti; la mia esperienza, o meglio, la mancata esperienza, non l’ avrebbe permesso. Fin dall’ inizio tenevo invece le fila con i vari agenti, tedeschi, inglesi, americani e l’ agente italiano che lo aveva scoperto al Concorso Peri. Con questi vi era un continuo scambio di corrispondenza e da loro imparai molto. Proprio in questi giorni mi sono capitate fra le mani copie di lettere, scritte con carta carbone su velina».

Come si stanno trasformando i cantanti? Lei ha il polso della situazione anche perché segue e presiede il Concorso per cantanti lirici Opera-Pienza, in provincia di Siena.
«Innanzitutto, nel tempo è cambiata la morfologia del corpo, forse una conseguenza del cambiamento dello stile di vita. Poi, soprattutto negli uomini, è sicuramente più raro trovare voci di grande volume».

Come è arrivata a questo concorso? Pienza è un gioiello rinascimentale, ma è estranea ai circuiti della lirica.
«Faccio un passo indietro. Alcuni cantanti, vincitori del Pavarotti International Voice Competition di Philadelphia, si rivolsero a me per chiedere supporto e consigli per la loro futura carriera. Avendo maturato negli anni una certa esperienza, decisi di aprire un’ agenzia di rappresentanza per cantanti lirici con Angelo Gabrielli e Francesca Barbieri. Tra i giovani cantanti che rappresentavo, vi era anche il mezzosoprano Monica Faralli che, a sua volta, ben sapendo quanto sia importante dare un sostegno ai giovani talenti, ha poi istituito il Concorso Opera Pienza, e mi ha affidato la presidenza».

Pavarotti, la prima moglie Adua Veroni: “La soddisfazione nel lavorare per i giovani è grande”

Soddisfatta dell’ operazione?
«Sì perché la soddisfazione nel lavorare per i giovani è grande. La Città di Pienza li accoglie come fossero persone di famiglia e l’ Amministrazione Comunale sostiene, fin dall’ inizio, il progetto con generosa partecipazione. Non è semplice gestire una tale organizzazione, in cui confluiscono tanti cantanti da tutto il mondo, ma la determinazione e la concertazione del Direttore Artistico Monica Faralli fa sì che tutti gli anni si compia il miracolo. Non ultimo, il concorso annovera una giuria composta anche da direttori e manager di teatri stranieri. Data la precaria situazione dei teatri italiani, è rincuorante sapere che i nostri cantanti possano avere audizioni e contratti con enti esteri. È importante vincere borse di studio ma, ancor più, avere possibilità d lavoro».

Una sua opinione su quanto accaduto a Placido Domingo (ndr accusato di molestie ascrivibili a 30 anni fa, non dimostrate, ma che hanno compromesso l’ attività americana del tenore dei Tre Tenori).
«Dov’è la verità? Non sta a me poterlo dire, non sono a conoscenza di fatti del genere. Certo le denunce dovrebbero essere fatte non a 30 anni di distanza. Voglio però fare una considerazione esclusivamente artistica: Domingo è stato sicuramente un cantante di così alto profilo che rimarrà, meritatamente, nella storia dell’ opera lirica».

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