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Spettacolo

Pozzetto: “Cochi? Vi spiego perché ci separammo. Quando mia moglie è morta sono andato in crisi”

Renato Pozzetto su Cochi e non solo. L’intervista a ‘Il Corriere della Sera’

Pozzetto: “Cochi? Vi spiego perché ci separammo. Quando mia moglie è morta sono andato in crisi”. L’attore ripercorre la sua vita e la sua carriera in una intervista rilasciata ai microfoni de ‘Il Corriere della Sera’. Ve ne proponiamo alcuni passaggi.

Renato Pozzetto, a 80 anni, la vital’è ancora bèla?
«Ho qualche acciacco, ma sì. Ho passato il lockdown a Milano: coi due figli e i cinque nipoti abitiamo nello stesso palazzo. Ora, sono “sfollato” a Laveno, nella mia casa sul lago Maggiore. Sto qua, seguo la Locanda Pozzetto e il 14 luglio festeggeremo tutti assieme il compleanno. Qui ho i primi ricordi, papà ci aveva portato a Gemonio durante la guerra, con la valigia di cartone».

[…] Il cabaret come arriva?
«A Milano, per mancanza di fondi, andavamo all’Osteria dell’Oca d’oro di Porta Romana: c’erano molti artisti, anche Piero Manzoni, Lucio Fontana, noi cantavamo canzoni popolari e approfittavamo della bottiglia di vino che girava. Poi lì vicino, aprì il Cab 64, dove abbiamo incontrato: Giorgio Gaber che ci ha insegnato a suonare la chitarra, più a Cochi, che era bravino; Enzo Jannacci, con cui abbiamo scritto le prime canzoni, tipo “la gallina l’è intelligente, si capisce da come guarda la gente”, lui componeva la musica e noi si andava avanti con le parole; Dario Fo che veniva a darci il suo parere; Bruno Lauzi che pure si esibiva e tutti quelli che diventeranno i nostri amici».

L’ingresso al celebre Derby?
«Ci offrirono di aprire le serate. Eravamo Jannacci, Felice Andreasi, Lino Toffolo, Bruno Lauzi e io e Cochi e ci battezzammo Gruppo Motore, per l’energia che dovevamo sprigionare».

La sua prima serata vera?
«Non me la ricordo, perché nei cabaret si viveva e io ero in giro per osterie a fare cose dai 16 anni. Potevo fare l’alba perché, nel dopoguerra, la scuola faceva i turni e io andavo a geometra di pomeriggio».

I suoi che dicevano che stava in giro di notte?
«Sapevano che passavo la vita con Cochi, poi si sono trovati in casa Andreasi e Jannacci, vedevano che non erano permale. Eppure, mio padre non era mai uscito la sera, mai andato al bar, andava solo a messa la domenica. Una mattina, quando da Gemonio faceva il pendolare con Milano, ho sentito che mi dava un bacio nel sonno. Mi sono stupito, non mi aveva mai baciato. Mi è piaciuto moltissimo e ho voluto convincermi che lo facesse tutte le mattine».

E lei i suoi figli li baciava?
«Sì, mamma mia».

E i nipoti?
«Mi filano poco. Sono educati, ma indipendenti. Li vedo sempre, ma hanno i loro giochi, l’Ipad».

Ma sanno chi è e cosa ha fatto?
«Non ne parlano mai, non mi chiedono niente. Sono talmente lontano dalla moda oggi, che non sono un esempio invidiabile ai loro occhi».

Eppure, lei fu modernissimo. Con Cochi, avete inventato il nonsense e c’è chi riconosce il filo di un nuovo linguaggio che va da Piero a Manzoni a voi.
«Nessuno pensava di diventare un artista, tutto nasceva ridendo in osteria. Quando Piero fece la Merda d’artista, la madre era disperata. Io c’ero quando faceva la Linea Infinita: si era fatto dare un chilometro di bobina di carta dal Corriere della sera e aveva tracciato questo segno lungo lungo».

[…] C’è anche chi ha visto in lei tutta una poetica della campagna contro la città.
«Mah… forse quando ho fatto in tv Il poeta e il contadino o al cinema Il ragazzo di campagna. Di recente, volevo fare un film su un contadino che va a vivere sul tetto con prato del Bosco Verticale a Milano, riesce a portare su un vitello, ed essendo un palazzo solo di miliardari, calciatori e russi, vende bottiglie di latte che costano come champagne. L’architetto Stefano Boeri ha pure cercato di convincere qualche produttore. Per ora, nulla».

Il suo «taac» come nasce?
«Da Gattullo, un cliente parlava e ci puntava il dito in gola, in faccia. Ne ho fatto un taac e l’ho usato diversamente, per dire: fatto!».

Qual è la battuta che più ricordano i suoi fan?
«Tutti vogliono che ripeta: Eh la madonna!!».

Ha fatto 140 film, com’è cominciata?
«A me e Cochi avevano proposto le solite cose: il prete e il sindaco, i due carabinieri… Poi, mi portano Amare Ofelia, Jannacci disse che era una boiata, a me sembrò carino, ma dovevo farlo da solo, chiesi il permesso a Cochi. Andò benissimo, vinsi il Nastro d’Argento come esordiente».

Si narra che mentre lo girava sembrasse una boiata anche a lei.
«Mi preoccupava il doppiaggio, volli far vedere il montato a Cochi. In effetti, ho vissuto sott’acqua finché non ho saputo gli incassi. Alla fine, fu un film onesto e non volgare».

Era vietato ai minori di 14 anni e la si vedeva per un attimo nudo.
«Era roba che ora vedi la domenica mattina dopo la messa del papa. Io e Cochi non siamo mai stati volgari».

Eravate di scuola milanese, quella romana era più barzellette e sesso.
«A me spiace solo che al cinema hanno vinto loro e di non essere riuscito a portare il nostro cabaret sul grande schermo».

[…] Fra il ’74 e il ’79, lei girò 23 film.
«Tanti avrei potuto non farli, ma andavano bene, non avevo mai visto una lira, perché rinunciare?».

Il film più bello?
«Oh Serafina, di Alberto Lattuada e Sono fotogenico, di Dino Risi».

Il più brutto?
«Brutto no, ma quelli alla fine con Paolo Villaggio mi sono divertito a girarli, però erano troppo lontani da me. Neri Parenti mi ha pure travestito da bimbo, col pannolone, mi sono un po’ vergognato».

Il cinema l’ha separata da Cochi.
«Le storie di ragazzi di quell’età sono così, ma non abbiamo mai litigato. Eravamo insieme a Cesenatico un mese fa. Di recente, abbiamo fatto di nuovo teatro assieme. Se, come pare, darò una mano al Lirico di Milano, magari ci riuniamo ancora. Per anni, non ci distinguevano uno dall’altro. Quando nacque mia figlia Francesca, l’infermiera uscì dalla sala parto gridando: è nata la figlia di Cochi e Renato».

Come ha conosciuto sua moglie?
«Sul lago, stessa compagnia. Era molto spiritosa. Avevamo 16 anni. È stato un grande amore, durato fino a 10 anni fa, quando è mancata. Lei non era affascinata dal cinema e questo mi ha aiutato. Non è mai voluta venire a Roma, mi ero organizzato con una casa sui Fori Imperiali, ma ha chiesto di restare a Milano vicino alla madre».

[…] Momenti di crisi ne ha avuti?
«Quando è mancata mia moglie. Nel lavoro no: capita che stai fermo, ma non è come una malattia che ti arriva fra capo e collo».

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