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Magia pizza napoletana: se a lievitazione lenta, possono mangiarla anche i diabetici. Lo studio

Pizza napoletana, se a lievitazione lenta, possono mangiarla anche i diabetici

Era stata definita “junk food” (cibo spazzatura) dalla letteratura medica internazionale. Illustri luminari di tutto il mondo l’avevano addirittura sconsigliata ai bambini affetti da diabete. Ma a contrastare questa sorta di fake news alimentare ci ha pensato l’Università degli studi della Campania “Luigi Vanvitelli”, con un test effettuato proprio in pizzeria.

L’equipe campana, capitanata dal professor Dario Iafusco, insieme a dottori ed assistenti del Centro regionale di Diabetologia Pediatrica “G. Stoppoloni”, diretto dal professor Maurizio Di Mauro, hanno confutato la teoria secondo la quale la pizza provoca un aumento della glicemia non facilmente controllabile con l’insulina.

Un risultato importante che dimostra come la glicemia resta più stabile e molto facilmente gestibile con l’insulina se la pizza è stata preparata con impasto a lunga lievitazione. Del resto, come riferito dal food blogger Enrico Di Roberti alla nostra redazione, la diciplinata della pizza napoletana doc prevede dalle 8 alle 12 ore di lievitazione. Secondo quanto riporta l’Ansa, all’esperimento hanno partecipato 30 bambini tutti affetti diabete di tipo 1, ben contenti, una volta tanto, di poter addentare fumanti margherite.

L’ennesimo attestato di eccellenza per sua maestà la pizza napoletana, solo quattro mesi dopo la decisione dell’Unesco di inserire l’arte del pizzaiuolo napoletano nella rappresentativa lista dei patrimoni culturali intangibili dell’umanità, superando i pregiudizi di quanti vedevano in questa antica arte solo un fenomeno commerciale e non una delle più alte espressioni identitarie della cultura partenopea.

LA MOTIVAZIONE DELL’UNESCO
“La prima pizza al mondo fu infornata a  Capodimonte. Per l’Unesco il know-how culinario legato alla produzione della pizza, che comprende gesti, canzoni, espressioni visuali, gergo locale, capacità di maneggiare l’impasto della pizza, esibirsi e condividere è un indiscutibile patrimonio culturale.

I pizzaiuoli e i loro ospiti si impegnano in un rito sociale, il cui bancone e il forno fungono da ‘palcoscenico’ durante il processo di produzione della pizza. Ciò si verifica in un’atmosfera conviviale che comporta scambi costanti con gli ospiti. Partendo dai quartieri poveri di Napoli, la tradizione culinaria si è profondamente radicata nella vita quotidiana della comunità. Per molti giovani praticanti, diventare Pizzaiuolo rappresenta anche un modo per evitare la marginalità sociale”.

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