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Spettacolo

Paola Turci ricorda gli attacchi di panico dopo Sanremo 2017 ed il brano che porterà quest’anno dedicato al padre

Paola Turci in un’intervista a Vanity Fair

Paola Turci ha rilasciato un’intervista a Vanity Fair, in edicola questa settimana, e racconta della sua rinascita iniziata dopo Sanremo 2017 in cui non ebbe più paura di mostrare la cicatrice sul viso, “Il valore del giudizio degli altri, il volume di ‘quello che pensano’, è sempre stato per me alto. Poi l’ho abbassato parecchio con Fatti bella per te, quando mi sono detta che mi sarei amata lo stesso. Ho spinto stop e non le ho sentite più: le timidezze, le insicurezze profonde che mi rimpicciolivano. E sono rinata, senza inibizioni”.

La Turci prosegue, “I mesi seguiti all’ultimo Sanremo e disco non sono stati facili. Come la fine della festa, svegliarsi la mattina dopo. Sei contenta, ma hai un gran cerchio alla testa, e domande aperte senza risposte. Ho avuto un down fisiologico…gli attacchi di panico non li avevo mai conosciuti. Poi al concerto di Emma, io e Giorgia ci siamo sedute in mezzo alla gente: aumentava e non ci ho capito più niente. Mi sono alzata. Facendomi largo a spintoni sono corsa fuori, in lacrime, spaventando tutti”. la Cantante racconta di aver superato gli attacchi di panico grazie alla meditazione, “ho raggiunto un equilibrio”.

Quest’anno la cantante torna a Sanremo con il brano Ultimo Ostacolo, “Le canzoni spesso servono a trattenere un momento, a farci tornare in un “lì”. Nel mio, sto per perdere mio padre. O almeno è quel che credo. Perché poi è successo che non ne ho mai parlato così tanto come da quando se n’è andato. Non è stato un supereroe: avevamo un rapporto di simpatia, ma non sono mai dipesa da lui. Poi l’ho visto nell’ultimo respiro, ho ascoltato le sue ultime parole: “Dimmi, cara”. E ora lo ritrovo quando attraverso le porte affrescate e strette. Arriva senza che io lo cerchi”.

Parlando di uomini Paola Turci risponde senza remore, “Nessuno è valso la pena” e ricorda le molestie subite da bambina e cantate nel 2005 in Fiore di giardino, Avevo tredici anni. Ricordo il senso di vergogna, dentro qualcosa di innaturale. E una responsabilità, come fosse stata colpa mia. Successe che eravamo in casa. Lui, io e una mia amica della mia età. Iniziò a farci le stesse cose. Ci mise a sedere su uno sgabello, sfogliava giornali pornografici e chiedeva se ci piacesse e quanto. o avevo la nausea come quando mangi ed è troppo e non ce la fai più. Durò pochissimo e fu interminabile. Finché m’implose dentro un “adesso basta” e fermai tutto scappando veloce, via. Era uno grande. Quand’è morto, ho provato sollievo”.

Il trauma di quell’episodio, la Turci lo ha affrontato con l’analisi, “Un fastidio esagerato per parole e atteggiamenti fuori posto per cui ero capace di tirare ceffoni: mi facevo giustizia così. I complimenti, quelli sì, li accoglievo. Un uomo mi definì ‘sublime’. Mi piacque”.

 

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