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Spettacolo

Catena Fiorello: “Da piccoli avevamo le scarpe di cartone, ma l’infelicità non l’abbiamo patita mai”

Catena Fiorello in un’intervista a Vanity Fair

Catena Fiorello è la terzogenita della celebre famiglia di artisti, di cui il primo figlio è Rosario, poi c’è Anna che non lavora nello spettacolo e Beppe che fa l’attore.  Catena ha rilasciato un’intervista a Vanity Fair in cui racconta della sua vita e del suo lavoro, a partire dal nuovo libro che ha scritto ‘Tutte le volte che ho pianto’ (Giunti, pag. 272, €16). A dicembre, inoltre, ha finito di girare ‘Picciridda’, il film tratto dal suo romanzo d’esordio, di cui ha curato la sceneggiatura con la supervisione di Ugo Chiti: “Picciridda è del 2006 ma ha un tema molto attuale”, dice. “È un film necessario. Perché mostra che anche lasciare un figlio per andare a cercare un futuro migliore è un lusso. Oggi più leggo i social e più mi accorgo che siamo diventati brutti, brutti, brutti: il luogo comune è che siccome uno ha una casa e da mangiare non può permettersi di empatizzare con chi scappa dal proprio Paese, e che se lo fa è connivente con gli immigrati che commettono furti e stuprano. Assurdo”.

“Ci hanno inculcato che il nemico viene da fuori. Ma chi reagisce con disprezzo non è esasperato dalla povertà. La povertà non giustifica l’odio: ai miei fratelli e a me, per esempio, non è successo – prosegue Catena Fiorello- io frequentavo il liceo classico ad Augusta e in classe con me c’erano i figli di avvocati, ingegneri, notai, mentre papà era “solo” un finanziere. Tutti avevano la villa al mare, noi ogni sera tiravamo giù in salotto i letti per Rosario e Giuseppe. Gli altri indossavano le scarpe firmate, noi andavamo a comprarle da Lillo Calzature: erano di cartone e si bucavano subito. Però l’infelicità non l’abbiamo patita mai”.

 

 

Parlando del suo ultimo libro, ‘Tutte le volte che ho pianto’ la scrittrice racconta, “Ho voluto scrivere di una che piange tanto, perché io ormai da anni non piango più. Dalla morte del mio compagno Attilio, otto anni fa: eravamo stati insieme tanto e anche se quando lui si è ammalato di carcinoma ci eravamo già lasciati ho seguito tutto il percorso della sua malattia, soffrendo. E anche quando è morto il mio cane Giotto ho pianto molto, addirittura mi veniva via la pelle dalle palpebre. Quanto mi piacerebbe rifarmi un bel pianto così! Io sono la nemica numero uno del “good vibes”, di questa positività esasperata di moda oggi. Il mio prossimo libro s’intitolerà: “E se ti chiedono ‘Come stai?’, rispondi sempre ‘Benissimo’. Ormai a nessuno importa più dei nostri malanni”.

All’inizio della sua carriera di scrittrice Catena racconta che il fratello Rosario non voleva che lei firmasse usando il suo nome, “Per proteggermi. Ma quello era il cognome che mi aveva dato papà, nasconderlo sarebbe stato come tradirlo. Mia nonna si chiamava Catena di nome, e D’Amore di cognome. Quand’ero piccola fu ‘na cruce. Ci ho fatto pace grazie a Maurizio Costanzo: lavoravo come autrice a Buona Domenica e lui mi disse: “Tu con un nome così bello ti fai chiamare Cati che è così banale?”

 

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