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Spettacolo

Francesco Montanari si racconta: “Dopo aver interpretato il libanese ho avuto problemi”

Francesco Montanari si racconta ai microfoni del format “I Lunatici”, su Radio Rai 2:

Francesco Montanari si racconta a partire dall’ultima esperienza. L’attore è infatti la voce nell’audiolibro ‘Una vita violenta’, di Pasolini: “Per avere una lettura autentica non bisogna avere ansie da prestazione. Quando leggiamo sottovoce sentiamo quella vocina interiore che è la vocina ideale che tutti vorremmo avere. Io la metto in sonoro, è tutto lì. Sono felice per questo progetto, sta andando molto bene”.

L’attore romano tornerà ad interpretare i panni del ‘Cacciatore’, la serie televisiva ispirata al magistrato Alfonso Sabella: “Stiamo già lavorando alla seconda stagione. Inizieremo a girare il 29 aprile a Palermo. Ho letto tutte le sceneggiature, sono degne della prima. Anche se finiremo molto più dark, c’è un momento storico difficilissimo, morirà il piccolo Di Matteo, si farà la caccia ai fratelli Brusca, ci sarà il primo maxi processo. Insomma il nostro Saverio Barone vivrà un momento molto complesso”.

L’amore per il teatro resta una costante negli impegni di Montanari: “Debutteremo al teatro Vittoria, a Roma. Faremo un esperimento strano, che si chiama l’Importanza di leggere i Classici, di Italo Calvino. Un articolo che lui ha fatto nel 1981. Ci poniamo la domanda: perché oggi uno dovrebbe leggere? Di solito rispondiamo perché fa bene. Ma che vuol dire che leggere fa bene? Sarà uno spettacolo molto divertente, ci sarà interazione con il pubblico, la regia sarà di Davide Sacco, un ragazzo giovanissimo, amante del teatro”.

Montanari parla anche del ruolo che gli ha dato un grande successo: il Libanese nella serie Romanzo Criminale. “Se mi diconi ‘Ciao Libano’ per strada? Quello c’è e ci sarà sempre, ma va bene così. È un’etichetta non del pubblico, ma dell’addetto ai lavori. Io faccio un lavoro di subordinazione, dipendo sempre da una sovrastruttura che mi permette di lavorare. Lavorare per me vuol dire in primis riempire il frigorifero, poi assecondare il mio egocentrismo, o la mia volontà di affermazione.

Ma diventa un limite se questo non mi viene concesso perché ho fatto quel ruolo. Adesso non più non, ma in passato ho vissuto dei momenti complicati, complessi, a causa del Libanese. E l’etichetta è un limite anche per chi te la mette: si preclude delle possibilità. Il mio limite? Ad un certo punto ho avuto difficoltà a trovare persone che mi mettessero in condizione di dare. Perché loro stesse mi vedevano solo come il Libanese”.

Su Romanzo Criminale l’attore romano aggiunge: “Sul set non ci rendevamo conto che stavamo facendo una cosa che molti avrebbero imparato a memoria. Ero conscio che sarebbe stato un bel prodotto, ma il successo è un animale talmente strano…Un successo tale era imprevedibile. Per me il personaggio del cacciatore di mafiosi è stato importantissimo. Interpreto un personaggio che fa del bene. Insomma è stato il ruolo che ha fatto capire a tutti che sono un attore. I motivi del grande successo di Romanzo Criminale? E’ chiaro che il male affascina. Noi esseri umani siamo fatti di mille ingredienti. Romanzo Criminale era un prodotto da intrattenimento, non un documentario o una biografia. Anche se i fatti di cronaca erano quelli.

Abbiamo raccontato semplicemente otto ragazzi del muretto che invece di farsi le canne e basta avevano un sogno, questo sogno è collimato con la criminalità. Un desiderio di autoaffermazione che poi hanno tutti. Quindi già crea empatia. E in più siamo arrivati al discorso che alla fine il pubblico ha visto il Libanese sotto casa, per avere l’amore di sua madre. Ti rendi conto che tutto quello che ha fatto era per quello. Nella nostra storia, non nella verità, non mi permetto di parlare della realtà.

Quello ti crea un’empatia talmente grande che tu sei lì con loro, godi con loro e ti dispiace per loro. Poi, da lì a dire che viviamo in una società in cui se tu vedi un prodotto del genere poi ti metti a fare il criminale…Io preferisco non crederci. Anche io da ragazzino vedevo Scarface e ripetevo le battute di Tony Montana, ma non mi sono messo a fare il narcotrafficante. Se accade una cosa del genere, c’è proprio qualcosa nel sistema che non va. I social? Ora ho un buon rapporto, ma solo da quando mi sono sposato con mia moglie. Prima avevo uno snobismo di ignoranza. Ho capito che se usati bene sono un grandissimo strumento comunicativo”.

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