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Spettacolo

Michele Placido: “La gente ‘per bene’ non mi insegna nulla, le persone in difficoltà mi hanno trasmesso qualcosa”

Michele Placido in scena con  Piccoli crimini coniugali in un’intervista a Il Giornale OFF

Michele Placido è impegnato al Teatro Manzoni di Milano, fino al 14 aprile, in Piccoli crimini coniugali, di cui cura anche adattamento e regia. Lo spettacolo racconta di Gilles e Lisa, interpretata da Anna Bonaiuto, una coppia senza figli che attraversa un momento di profondo confronto dopo che lui perde la memoria in un incidente domestico. I tentativi di Lisa di aiutare il compagno a riappropriarsi della sua identità diventano un percorso doloroso, che si snoderà tra rivelazioni, scoperte, rancori, gelosie.

“Il personaggio che interpreto non appartiene alla mia natura, però è una tipologia di uomo che fa parte della contemporaneità. Con la moglie (A. Bonaiuto) non hanno figli. L’autore, Éric-Emmanuel Schmitt, li coglie soprattutto in relazione a quelle che sono le crisi che toccano questo genere di coppia… Io ho le mie certezze. Ho tanti amici che sono andati in analisi, io no. Provengo da una famiglia numerosa, ho sempre avuto una vita familiare corrisposta a tutti i livelli, con delle crisi, ma quello è nell’ordine dei rapporti umani. La vita è bella proprio perché ha dei momenti difficili e altri in cui tutto si ricompone, non ne farei una tragedia né un dramma”. racconta Michele Placido in un’intervista a Il Giornale OFF.

L’attore e regista racconta anche dei ‘maestri’ incontrati durante la sua carriera. “Ho avuto dei grandi maestri come Monicelli e Strehler. Non sono degli illustri magistrati o politici, sono state persone che hanno avuto vite complesse e mi rispecchio in quello. Caravaggio è stato un borderline ed è un maestro per me. La gente cosiddetta “per bene” non mi interessa perché non mi insegna nulla. Sono piuttosto le persone che hanno difficoltà nel percorso della propria esistenza, con cui mi sono confidato, che mi hanno trasmesso qualcosa. Ma questo lo asseriva e faceva già un signore che si chiamava Gesù Cristo, il quale si circondava di persone umili, non dei saggi che, invece, lasciava ai farisei”.

La sua prima opera da regista, il film ‘Pummarò’ del 1990 racconta la storia di un ragazzo africano che giunge nelle campagna del casertano per cercare il fratello sparito per sfuggire alla Polizia e alla Camorra. Un tema quantomai attuale oggi. “Lo è, non tanto per quello che ho cercato di dire come regista, quanto per le immagini così forti. Oggi sono sempre più attuali perché riguardano un fenomeno che viene un po’ strumentalizzato da ambo le parti e poi il problema resta. Vedo un’impossibilità, ci sono contraddizioni fortissime perché il Sud dell’Italia ha una vicinanza molto più spesso coi paesi africani che con paesi come la Germania o la Francia. Credo che l’unica cosa che non ha ancora compreso l’Europa non è tanto accogliere o non accogliere. La questione è che noi abbiamo rubato tanto da quelle parti. Forse è venuto il tempo di restituire tutto piuttosto che accogliere. Dovremmo andare lì a ricostruire quello che abbiamo distrutto in questi secoli. Questa è la mia opinione”.

 

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