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Spettacolo

Pedro Almodovar si confessa: “Sarò un vecchio arrabbiato. Droga? Ho provato molta cocaina: nei giorni di festa…”

Pedro Almodovar si confessa in una lunga intervista rilasciata ai microfoni di Vanity Fair, di cui vi proponiamo alcuni passaggi:

Pedro Almodovar si confessa. Le sue parole a Vanity Fair.
«In provincia, da adolescente, non respiravo. Volevo fuggire. Ero ossessionato dall’idea di emigrare. Non avevo una buona opinione della vita rurale ed ero convinto che avrei potuto realizzare i miei sogni soltanto attraverso l’incontro con una grande città. Quando – sarà stato il ’68 o forse il ’69 – comunicai a mio padre che avrei lasciato il nostro paesino per raggiungere la metropoli, rispose che avrebbe fatto intervenire direttamente la Guardia Civil.Era sorpreso, addolorato, infastidito. Mi aveva procurato un lavoro sicuro in banca e io che non avevo mai litigato con lui, men che mai in maniera cruenta, sulla sua offerta stavo sputando. Quello strappo unilaterale rappresentava una violenza, ma tenni il punto: “Fai venire pure i gendarmi”, risposi, “me ne vado comunque e non ho nessuna voglia di discuterne”. I miei capirono che non potevano opporsi e mi lasciarono partire senza rompere i rapporti. Per compiacere e rassicurare lui e mia madre trovai un impiego amministrativo alla compagnia telefonica. Di mattina lavoravo, di pomeriggio e soprattutto di notte vivevo. Frequentavo quotidianamente la cineteca, iniziai a fare teatro, cominciai a girare alcune cose in Super 8».«Con i miei film stabilisco sempre una relazione critica e un po’ nevrotica. Non li rivedo mai, a meno che non sia costretto a presentarli per una retrospettiva e quando accade, anche a trent’anni di distanza, trovo cose di cui sono molto orgoglioso e altre, la maggioranza, che non mi piacciono. Ma non ne parlo perché so che tutto, nel bene e nel male, mi appartiene profondamente. Senza agenti esterni, suggerimenti o imposizioni. Riconosco i miei errori e non mi danno perché so che sono solo miei e accetto il prodotto finale perché il senno del poi è inutile e disonesto. Non ho mai pensato “avrei potuto fare questo” perché non avendolo fatto posso confrontarmi solo con ciò che resta, con ciò che c’è e non con le ipotesi». 

Fin troppo facile pensare che Antonio Banderas, in Dolor y Gloria, sia lei.
«È un film sull’amicizia, sul rapporto con i genitori, sull’infanzia, sulla creazione, sulla solitudine, sul desiderio ed è naturalmente un racconto che prende il via da una riflessione personale. Sono sempre stato preoccupato dal presente o dal futuro e non essendo mai stato un nostalgico, è difficile che per indole volga lo sguardo al passato. Per la prima volta dopo 15 anni sono tornato a farlo e credo dipenda dall’età. Al principio degli anni ’80, in piena movida madrilena, ero circondato da gente giorno e notte. Era la mia vita, la mia cultura, la mia scuola di formazione. Rispetto ad allora vivo molto più in disparte».

E in disparte si raggiunge un equilibrio?
«Ho più tempo per pensare a me stesso e per ricordare. Non si tratta di un’occasione per riassumere la vita che è passata, farci i conti o peggio pentirsene. Essendo ateo non conosco pentimento, castigo né senso di colpa».

A cosa serve allora il ricordo?
«A tenerti compagnia, a stare meno solo, ad accettare la vecchiaia che per Philip Roth, uno che la sapeva lunga, non era una malattia, ma un massacro».

In Dolor y Gloria chiedono a Banderas come si senta e lui risponde: «Vecchio». Si sente vecchio anche lei?
«Il personaggio del film si sente più vecchio di me, però anche se l’aspettativa di vita si è dilatata e a 69 anni non mi posso ancora considerare vecchio, di sicuro sono molto vicino a esserlo». 

Lei compirà 70 anni a settembre.
«Una cosa la so già: non sarò un buon vecchio. Sarò un vecchio arrabbiato, uno che da un lato capisce che la vita è così, che il corpo perde colpi, che il tempo impone pedaggi obbligati, e dall’altro si infuria. Non credendo in un dio non ho risolto i miei problemi con la morte e siccome la morte è lì, non si sposterà e non posso negarne l’esistenza, non accettarne il senso, non capirla e rifiutarne l’idea rappresenta un cruccio oggettivo».

Cosa si aspetta dal prossimo futuro?
«Spero di non avere più dolori di quel che già ho e di adeguarmi meglio e vivere con più leggerezza il non poter fare quel che facevo da giovane. Aspiro ad avere una certa dose di serenità utile a lottare contro tutto questo. Quel che è sicuro è che al momento, questa serenità, non ce l’ho».

Sopperisce con l’ironia. L’aveva anche nei suoi primi Super 8?
«Immagino di sì, alcuni li ho anche conservati. Purtroppo o per fortuna non li vedrà nessuno. Ho proibito a mio fratello e ai miei collaboratori di mostrarli a chiunque». 

Che mestiere fa esattamente Pedro Almodóvar?
«Un mestiere che ha a che fare con l’incertezza, la parola che alla fine lo definisce meglio di tutte le altre. Un regista che pensa di avere sufficiente esperienza per dire “il mio prossimo film andrà bene” non lo capirò mai. Il prossimo film può andare sempre male e non dipende da quanti ne hai messi alle spalle o da quanto domini il linguaggio, ma da una serie di fattori insondabili».

Come ci si difende?
«Cercando di creare un’interazione vera e pulsante con le persone che hanno a che fare con il film. Maestranze, attori, produttore. Sono loro che possono cambiare la storia e portarti in una direzione che non immaginavi neanche. Parti, ma non sai dove arriverai. Truffaut diceva che le riprese equivalgono a salire su un treno senza freni. La funzione del regista è far sì che il convoglio non deragli. È sempre una grande avventura».

Che avventura è stata Dolor y Gloria?
«Un’avventura pericolosa, come molte altre. Nel film ci sono molte scelte rischiose che non ero sicuro funzionassero, ma di quel rischio ero pienamente cosciente».

Il regista Banderas, nel film, ha un grande futuro dietro le spalle. Dopo il successo del suo primo film, piegato dai dolori fisici, si lascia andare.
«L’incertezza sul suo stato fisico lo fa soffrire fino alla disperazione, non tanto per il dolore ma per la dipendenza che il cinema restituisce a chiunque lo faccia. Non poter più girare lo deprime e lo spinge a pensare. Quasi per caso gli arriva un acquerello tra le mani. È un disegno che parla di lui e che risale a 50 anni prima. Comincia a ricordare, i ricordi lo ispirano e gli viene voglia di raccontare una storia. Ricordare, per Banderas, rappresenta l’inizio della salvezza».

Prima di salvarsi però, Banderas comincerà a fumare regolarmente eroina e incontrerà un vecchio amore del passato.
«Hanno vissuto una relazione che per entrambi è stata non solo una storia d’amore, ma un rapporto fisico di intensità rarissima. Per Banderas, l’interruzione della storia con il suo compagno, la rinuncia forzata e dolorosa a una passione, fu come amputarsi un braccio, rinunciare a una parte del corpo, spezzarsi in due. Per l’altro al contrario significò mettere in piedi una famiglia, scoprirsi bisessuale, iniziare una vita lontana da lui. I due non si vedono da 32 anni e, quando si incontrano nuovamente, scoprono che i decenni hanno lavorato su di loro trasformandoli in persone diverse da quel che erano. L’amante di un tempo vorrebbe trascorrere la notte con lui, fare l’amore, regalarsi un’evasione prima di tornare alla routine, sognare che il tempo si possa fermare».

Invece?
«Invece il tempo non lo fermi. E tra i due, il più maturo è proprio Banderas. È lusingato, eccitato, grato, onorato, quasi commosso di essere desiderato ancora. Ma dice di no. Perché passare quella notte insieme al suo antico amante significherebbe riaprire le ferite che si è portato dietro per moltissimi anni. Nel rifiutare il déjà-vu si dimostra padrone di se stesso. Sa che quell’amore non deve ripetersi né continuare perché equivarrebbe a rendere artificioso qualcosa che invece è stato reale. È consapevole che quella storia è superata e che bisogna distanziarsene definitivamente. È una decisione molto importante che gli consente di scuotersi e gli dà forza per chiedere un appuntamento con un medico, riprendere la sua vita in mano, abbandonare l’eroina, rinascere».

In Dolor y Gloria lei evoca la movida senza mostrarla.
«Non ci sono immagini, ma solo memoria. Ho preferito parlarne in modo indiretto, per mezzo di un monologo recitato in un teatro. Amo usare il cinema o il teatro come elementi della narrazione, l’ho fatto spesso, in Tacchi a spillo e in tanti altri film. Il teatro occupa il ruolo del messaggero, è latore di tutti i segreti di cui Banderas non ha mai parlato, è l’intermediario tra il testo, la parola e il ricordo. Il monologo non mostra immagini della movida, ma parla di quegli anni in maniera molto intensa e vivida. La movida l’ho vissuta, so di cosa parlo».

Spieghi anche a noi.
«Tra il ’77 e l’84 in Spagna, prima che qualcuno ricordasse alla Spagna che apparteneva all’Europa e che la sua capitale doveva in qualche modo somigliare a una città europea, Madrid fu un luogo diverso da tutti gli altri. Con una notte interminabile e molte trasgressioni, inclusa ovviamente l’eroina».

Che ricordo ne ha?
«Ne avevo paura e non l’ho mai provata, benché fossi circondato da gente che la assumeva regolarmente. Qualcuno dice che l’eroina, in quegli anni, fu il nostro Vietnam. Ho visto tantissimi amici perdersi e tanti altri morire».

Cosa li spingeva ad assumerla?
«L’eroina era, e seguita a essere, pericolosissima, ma la droga all’epoca era un simbolo equivocato di libertà e di autonomia. I nostri miti erano Lou Reed o David Bowie, gente che prendeva moltissima droga e ai nostri occhi continuava a essere bellissima e quasi angelicata. I ragazzi non vedevano il lato terribile della vicenda e si facevano. Ma nonostante tutto, sono stato felice di aver partecipato a quel fermento e di essere stato giovane in quell’epoca. La libertà trascina sempre con sé il pericolo e io continuo a difendere quegli anni. Abbiamo avuto molti morti? Sì, li abbiamo avuti perché accade così: il pericolo fa parte della vita».

Come si difese dall’euforia di quel tempo?
«Avevo una vocazione molto concreta: volevo fare il regista. E non avevo nessuno che mi facilitasse il percorso. Sapevo che riuscire o meno dipendeva solo da me. Dal disordine mi ha salvato la vocazione».

E dai vizi?
«Ho provato la cocaina moltissime volte: nei giorni di festa la dividevo con gli amici, ma negli altri lavoravo e a dormire andavo sempre molto prima dei miei compagni. La mattina dovevo timbrare il cartellino, forzarmi, provare a mantenere la strada, svegliarmi».

All’epoca lei cantò anche un disco ¡Cómo está el servicio… de señoras! in coppia con Fabio McNamara.
«Ah, hombre… Sono anche stati anni molto divertenti. Conquistare un palco e cantare fu un sogno condiviso da molti. Lo facemmo e avvenne in maniera spettacolare, inebriante, con un contatto con il pubblico che nel mio lavoro, con i suoi tempi lunghi, non ho più ritrovato. Suonavamo un rock parodistico, ironizzando nei confronti di un genere per cui McNamara, almeno, aveva il physique du rôle che a me mancava. Io non avevo proprio i canoni del rocker e salivo sul palco vestito come una massaia, con un grembiule, le calze a rete e una collana di perle false. Eravamo in piena cultura punk e all’idea del tanto peggio tanto meglio, del rischio iconoclasta e del sovvertimento anche dialettico eravamo più che inclini. Le parole delle canzoni erano rudi e tanto più erano rudi, tanto più si rivelavano interessanti. In Voy a ser mamá dicevamo cose incredibili: “Sí, voy a ser mamá / Voy a tener un bebé / Lo vestiré de mujer / Lo incrustaré en la pared / Lo llamaré Lucjfer, le enseñaré a criticar / Le enseñaré a vivir de la prostitución / Le enseñaré a matar / Sí, voy a ser mamá”. Tutto questo nella tv pubblica, dove oggi sarebbe impossibile. L’esplosione di libertà era illimitata».

Nel film si parla anche di un bambino che di studiare in un collegio cattolico, proprio come lei, non vuole saperne.
«Come le dicevo prima, erano 15 anni che non mi guardavo indietro ed è avvenuto nuovamente perché in età matura ho avvertito una sensazione strana. La sensazione che c’era qualcosa della mia infanzia che non mi piaceva e nonostante avessi girato su quell’età due film di stampo opposto, La mala educación e Volver, non ci avevo riflettuto abbastanza».

Che ricordi ha della sua infanzia?
«A volte terribili. Come mostro in Dolor y Gloria, i bambini della Mancha passavano molto tempo con le donne di casa e quelle donne, magari lavando i panni in riva al fiume, parlavano impunemente di tutto senza tenere in considerazione non solo che noi ascoltavamo ma che un bambino, da grande, si sarebbe tramutato in narratore e avrebbe parlato di loro». 

Che storie raccontavano?
«Storie di incesto, di fantasmi, di suicidio. Il suicidio manchego aveva una liturgia atroce. La gente si buttava nei pozzi – uno dei peggiori finali che mi possano venire in mente – oppure si impiccava in soffitta. Le donne parlavano e la vita per me diventava un grande spettacolo anche del suo contrario, la morte. Nella Mancha esiste un culto, principalmente femminile, legato alla morte. Gli uomini ne sono esclusi e non si tratta solo di recarsi al cimitero o lucidare le tombe, ma di evocare continuamente il morto per proteggerlo nelle tenebre. Si accendono lumini con l’immagine del morto in una tazza per permettere al defunto di avere un po’ di luce e ritrovare la strada. In qualche modo il defunto non muore mai e si aspetta sempre il suo ritorno. All’epoca queste storie mi atterrivano, osservate con il filtro del tempo, quelle premure mi sembrano molto sane».

Torniamo all’educazione cattolica.
«Pessima, anche a livello didattico. Sicuramente non volevo diventare prete, ma avrei voluto imparare qualcosa, apprendere, sapere di più sui miei dubbi precoci legati all’esistenza di Dio e al senso della vita. Ma fu un’esperienza atroce. Fecero di me un bambino incolto e ignorante che passava il tempo cantando, con insegnanti del tutto inadeguati al compito. L’unico che sapesse qualcosa era quello di matematica, perché con i numeri improvvisare è impossibile».

Ha visto abusi in quegli anni?
«In collegio c’erano moltissimi abusi, soprattutto tra i bambini più piccoli. Ho memorie molto precise di questi abusi. Avevo 10 anni e con i miei coetanei passavo 24 ore al giorno. In camerata, di notte, ci raccontavamo le nostre esperienze. Mi ricordo di almeno venti bambini che vivevano nel collegio ed erano stati molestati. Non potevo fare a meno di immaginare concretamente il momento degli abusi. Ci provarono anche con me, ma riuscii sempre a scappare. C’era un prete che in cortile mi dava sempre la mano perché gliela baciassi. Io quella mano non l’ho mai baciata. Fuggivo. Fuggivo sempre e sotto i portici del chiostro, quando ero solo, non camminavo ma correvo. Avevamo paura».

I preti non temevano di essere scoperti?
«Questi bugiardi, questi banditi, non se ne preoccupavano. Le voci degli abusi però erano arrivate oltre le mura del collegio e i casi erano così concreti e così numerosi che la direzione dei salesiani non poté far altro che intervenire. E come intervennero? Cambiarono collegio ai sacerdoti mandandoli in un collegio di adolescenti».

Non furono puniti?
«Nessuna punizione. Nonostante la menzogna e l’abuso su un’età così indifesa e la devastazione imposta a chi si affaccia alla vita, sapevano che sarebbero stati coperti perché così accade da sempre: si coprono l’un l’altro. Lo facevano e continuano a farlo».

Non ne parlò con nessuno?
«Solo una volta, con il confessore. Mi chiese comprensione e mi disse di non parlarne con nessuno. Ma come si fa ad avere comprensione verso un adulto che si comporta così? Io non so se il Papa stia attuando una rivoluzione o se non stia facendo niente. Quello che so è che non sta facendo a sufficienza. Non solo contro gli abusi, ma anche con tutto ciò che ha a che fare con la sessualità dei preti. Al Papa non è mai passato per la testa di pensare al fatto che uomini e donne sono esseri umani e hanno desideri che non si possono tagliare come si taglia il ramo di un albero. Sono sicuro che se si concedesse l’addio al celibato, il 90 per cento degli abusi scomparirebbe. Non essendo cattolico non posso rimproverare l’inerzia al Papa, ma come cittadino posso farlo. E lo faccio. Tutti dicono che la Chiesa avanza, ma io non la vedo avanzare. E lo stesso vale per il ruolo delle donne che non possono dir messa né dare la comunione. In un momento storico in cui il femminismo rialza la testa, la Chiesa continua a considerare la donna un essere inferiore senza alcun diritto».

Ha mai parlato ai suoi genitori della sua sessualità?
«Mai. Nella mia famiglia non c’era posto per una conversazione di quel tipo. Immagino che conoscessero la mia sessualità, ma non ne discutevamo. Mio padre è morto nell’80, nella stessa stanza in cui era nato. Mia madre nel ’99. Ha recitato in molti miei film. Non considerava il cinema una cosa seria, ma sono stato contento di non aver la tipica madre dell’artista, pazza del lavoro di suo figlio. Mamma era pragmatica. A fine riprese mi diceva sempre: “Pedro, ma quando mi pagano?”».

Si è divertito in questi decenni. Ha provocato? Pensa di essere stato capito?
«Molto, anche quando non è avvenuto. Negli anni ’70 mi offrirono uno spot per una casa automobilistica. Mi attenni pedissequamente al copione e sulla macchina feci salire alcune ragazze. Lo spot era casto, ma la sensualità delle fanciulle, la loro recitazione, ai committenti sembrò scandalosa e provocatoria. Non lo era, era solo divertente, ma non osarono mandarlo in onda. Non credevo di provocare, ma involontariamente lo feci. Quello che allora non sapevo è che lo stesso testo, che parli di amore, di morte, di desiderio, di trasgressione o soltanto di automobili, si può declinare in molti modi».

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