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Parla il creatore della chat pedofila e razzista Shoah Party su WhatsApp: “Era un gioco che mi è sfuggito di mano”

Il 16enne creatore della chat WhatsApp Shoah Party parla a La Repubblica

Per la prima volta il ragazzino 16enne che ha creato la chat “Shoah Party” su WhatsaApp parla a La Repubblica. “E’ stato un errore, era un gioco ma mi è sfuggito di mano”. Su un gruppo WhatsApp da una chat che inneggiava a Hitler e all’Isis fno allo scambio di video pedopornografici. Una chat degli orrori vera e propria, scoperta e denunciata dalla mamma di un altro ragazzino appena 13enne.

La donna ha fatto scattare le indagini dei Carabinieri che hanno individuato 25 ragazzi di cui sedici minorenni tra i 13 e i 17 anni. Quelli imputabili sono indagati per detenzione e divulgazione di materiale pedopornografico, istigazione all’apologia di reato avente per scopo l’incitazione alla violenza e alla discriminazione per motivi razziali.

“Lo scorso aprile ho controllato il telefono di mio figlio . Tra me e mio figlio c’è un accordo: può usare il cellulare solo a patto che io lo possa controllare. Mi ha attirato il nome della chat che ho subito aperto”. E continua: “In un video ho visto due bambini, sotto i 10 anni, che avevano un rapporto omosessuale. Nell’altro un incontro a tre tra due maschi e una femmina, anche loro di età inferiore ai 10 anni. E poi c’erano video di violenza e soprusi su ebrei, malati e bambini. Senza contare che ogni messaggio iniziava con una bestemmia“. Così la donna ha raccontato a La Stampa.

Ma ora a parlare è il 16enne creatore della chat WhatsApp Shoah Party a La Repubblica racconta. “E’ stato un errore, era un gioco ma mi è sfuggito di mano… Ho creato la chat e ho detto: ‘Entrate e fate battute’. Non ho messo nessun limite, pensavo che sui social e su Internet ognuno fosse responsabile solo per sé… “. Prova vergogna il ragazzo, assistito dalla madre e dall’avvocato. “L’idea mi era venuta dopo aver visto una pagina Instagram di black humor di un mio amico. Ho preso questo argomento e l’ ho spostato su WhatsApp perché la gente con la stessa passione si potesse incontrare. Idea mia e di un mio compagno di classe. Si doveva ridere e scherzare. ma tutto è sfuggito di mano”.

I genitori non avevano scoperto nulla. “Ogni tanto controllavano il mio telefono, ma senza accorgersi di niente. Ho il cellulare dalle medie, ci faccio i compiti, le ricerche. A me interessa la fisica quantistica”. Fino all’arrivo dei Carabinieri a casa. “All’inizio non ho collegato. Poi hanno pronunciato quella parola: pedopornografia, e ho capito. Ho letto le accuse: mi sono sentito svenire. Da allora non dormo la notte, ho vomitato per l’ ansia. Sono pentito, so che ho sbagliato: ora andrò dallo psicologo, starò lontano per un po’ dal cellulare e per sempre dalle chat”.

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