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Cinema Spettacolo

Martin Scorsese presenta ‘The Irishman’: “Vedrete De Niro e Al Pacino ringiovaniti” – VIDEO

Martin Scorsese presenta ‘The Irishman’, il nuovo capolavoro del regista italoamericano che vedrà due grandi interpreti nei ruoli di protagonisti

Martin Scorsese presenta ‘The Irishman’: “Vedrete De Niro e Al Pacino ringiovaniti”. Il regista si prepara all’uscita di ‘The Irishman’ il suo ultimo lavoro in sala dal 4 novembre. Una pellicola che, oltre allo stesso Scorsese, riunisce nuovamente Robert de Niro e Joe Pesci dopo 24 anni da ‘Quei bravi ragazzi’. Il tutto intorno alla vita di Frank Sheeran (De Niro), l’«irlandese» reduce dalla Seconda guerra mondiale, che tra il 1949 e il 2000 racconta, tra flashback e slittamenti temporali, amore, fiducia e tradimento tra malavitosi negli Stati Uniti. Martin Scorsese ha rilasciato una intervista ai microfoni de ‘Il Giornale’.

Com’è cambiato il suo sguardo sulla vita?
«Dopo Casino, nel 1995, io e Bob cercavamo qualcosa di speciale. Quando De Niro ha letto il libro di Brandt, l’ha emozionato subito la storia del sicario anziano. La prospettiva? L’età, il corso della vita, il rimorso e la mortalità di noi tutti. Qui c’è la tivù, il mondo che crolla. Ma poi tutto passa. Frank rimane solo e rivive la sua vita».

Circola una malinconia palpabile nel suo film, unita a un senso del religioso.
«C’è l’aspetto religioso, nel tentativo di contemplare l’astratto. La malinconia, certo, il protagonista ha tagliato i ponti con la famiglia. Ma il conflitto appartiene al passato. La malinconia è accettazione del fatto che la morte fa parte della vita».

Dei personaggi che descrive, che cosa l’affascina?
«Qualcosa che ho sentito subito, crescendo a New York: il potere, col suo aspetto drammatico. Non c’era bisogno di esaltare criminali come Scarface. Il pubblico chiedeva che il criminale cadesse, con reazione catartica. Qui non occorre: tutto si svolge al passato. Le azioni sono state eseguite, come in ambiente militare. Non miravamo a rendere la storia spettacolare, ma a una narrazione cruda».

Com’è nato il coinvolgimento di Al Pacino, per la prima volta in un suo film?
«Ho conosciuto Al Pacino nel 1970. Insieme dovevamo fare Modigliani, poi abbiamo lasciato stare. Ma il rapporto totale è tra Al e Bob: io sono di passaggio. Loro sono profondamente amici. E hanno sentito che stava succedendo qualcosa di speciale. Erano sempre presenti, anche quando erano stanchi».

Nel film gli effetti digitali ringiovaniscono i due attori.
«Grazie a Netflix, con una tecnologia che ha permesso di spianare le rughe. A Hollywood non mi sarebbe stato concesso, nessuno voleva finanziare questa mia idea di ringiovanire digitalmente Bob e Al. Non volevo che attori giovani li interpretassero: volevo loro, i miei amici».

Si continua a dire che Netflix sia la morte del cinema. Che cosa ne pensa?
«Per vedere i film, prima bisogna farli. Non importa se li vedi in tv o sull’Ipad. Ogni film che ho fatto, è stato un universo a sé. Il mio film sarà in sala, a New York, per 4 settimane: è un buon risultato e ho avuto la massima libertà. Se penso che il mio Re per una notte è stato in sala per 2 settimane soltanto Oggi, le possibilità per il cinema sono infinite. Ma le sale devono sostenere i film anche se i gestori cercano soltanto i fumetti. Non dovrebbe essere così: i nostri giovani credono che quello sia cinema».

Eppure, se si parla di Jimmy Hoffa a un ventenne americano, non sa chi è
«È stato un personaggio notevole. Era un tipo speciale. Eppure il tempo ti spazza via e i sindacati sono scomparsi. Hoffa era nato durante la Grande Depressione e, per quanto i miei genitori mi raccontassero quel periodo, non lo si conosce di prima mano. La bellezza e la malinconia del mio film risiedono nel fatto che il protagonista sa che tutto quel che gli è accaduto non importa più».

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