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Giletti: “Mio padre sentimentalmente allegro, vedevo mia mamma soffrire. Negli ultimi anni…”

Massimo Giletti parla di suo padre da poco scomparso in una intervista rilasciata ai microfoni de ‘Il Corriere della Sera’

Giletti: “Mio padre sentimentalmente allegro, vedevo mia mamma soffrire. Negli ultimi anni…”. Il conduttore parla di suo padre da poco scomparso in una intervista rilasciata ai microfoni de ‘Il Corriere della Sera’. Ve ne proponiamo alcuni passaggi.

La promessa al padre.
«Era settembre, passeggiavamo nel parco della villa, quando papà mi ha preso sottobraccio, davanti al laghetto che da bambino mi ero costruito da solo, scavando con la pala più alta di me, per tenerci i girini e i pesci acchiappati a mani nude nelle risaie, poco più di una pozza. Poi un giorno, tornato da scuola, trovai un vero lago: aveva fatto venire lo scavatore, c’erano le banchine, i fiori. Il più bel regalo della mia vita. “Ti ricordi, Massimo, quanto eri contento? Ora però il regalo devi farmelo tu: giurami che, quando non ci sarò più, tornerai qui e manderai avanti la fabbrica con i tuoi fratelli”».

L’ha promesso.
«E lo farò, non sarà semplice però è nei momenti difficili che capisci chi sei».

Famiglia facoltosa, alta borghesia piemontese, per casa un castello con torre, eppure fu svezzato presto da baby-operaio.
«Papà era severissimo, sia con me che con i miei due fratelli maggiori».

I gemelli Emanuele e Maurizio, quelli che da piccolo lo ficcavano nel pozzo.
«Se è per questo mi hanno anche abbandonato sull’isolotto nel torrente, con la piena, ma era colpa mia, gli davo il tormento. Quegli scherzi perfidi rivelano un profondo volersi bene. Papà voleva temprarci, insegnarci che nella vita bisogna fare sacrifici. Io venni affidato al capo officina, Celso Barberis, che mi munì di cacciavite: “Signorino, prego, giri così”».

E come proseguì l’addestramento?
«Con le lezioni davanti alle vasche dei colori. Dopo la laurea ogni estate continuai a lavorare in fabbrica, anche quando già facevo Mixer con Minoli. Mi infilavo la tuta e pulivo le carde, macchine che filano il cotone».

Giletti: “Mio padre? Allegro sentimentalmente, mia mamma soffriva…”

Se le piaceva tanto, perché cambiò mestiere?
«Perché papà era un uomo solo al comando, non ha mai mollato, viveva per l’azienda e non delegava niente, stargli accanto era difficile, dopo ogni esame ne seguiva sempre un altro. Una notte alle tre si ruppe un macchinario, la fabbrica si sarebbe fermata. Chiamai due meccanici e insieme cambiammo il motore, in bilico su una scala a venti metri d’altezza. Finimmo alle sei del mattino, li mandai a casa. Alle sette meno cinque papà entrò in officina e notò subito gli attrezzi sporchi di grasso. “Perché non avete ripulito?”. Gli spiegai che i ragazzi erano stremati. “Infatti dovevi farlo tu”. Capii che era il momento di mollare».

Lui come la prese?
«“Le dimissioni richiedono una lettera scritta”, sibilò. Ma so che pianse, quando me ne andai».

Rapporto complicato.
«Molto. Da bambino ero legatissimo alla mamma e lui era… beh, piuttosto allegro sentimentalmente. La vedevo soffrire. Fu per me un dolore intenso, difficile da perdonare».

E l’ha perdonato?
«Da grande certi comportamenti li rivedi con un altro sguardo. Negli ultimi anni è stato più un fratello che un padre, se ci si vuole bene ci si ritrova sempre. I nostri abbracci sono diventati più intensi, quasi a compensare quelli che non avevo avuto da bambino».

No?
«Non ne ricordo. Papà era sempre via, io passavo più tempo con i domestici che con lui. Un pomeriggio, avrò avuto quattro anni, tornò a casa, scese dalla macchina ed io… io corsi ad abbracciare l’autista, gridando felice: papà, papà!. C’erano ospiti, che imbarazzo. Fu uno scandalo di cui si parlò a lungo, sa, mamma era bella…».

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