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Spettacolo

Giuseppe Picone si racconta: “Il San Carlo, la mia città…Napoli? Il problema è l’Italia”

Giuseppe Picone si racconta, il direttore del Corpo di Ballo del Teatro San Carlo parla burocrazia e non solo, a ‘OFF’ l’inserto de ‘Il Giornale’

Giuseppe Picone si racconta: “Il San Carlo, la mia città…Napoli? Il problema è l’Italia”. Il 43enne, étoile dalla lunga carriera internazionale, nel 2016 è ritornato nella sua città per dirige il corpo di ballo del Teatro San Carlo di Napoli. Di seguito l’intervista rilasciata ai microfoni della collega Maria Neve Iervolino per ‘OFF’, l’inserto de ‘Il Giornale’.

Direttore, ha deciso di tornare a Napoli: come mai?
«Il San Carlo ha per me un’importanza enorme: oltre a essere un teatro d’eccellenza, ha un grande valore affettivo, essendo Napoli la mia città natale e il San Carlo il palco su cui ho mosso i primi passi della mia carriera. Per me questo teatro è una ragione di vita. Avrei potuto intraprendere molte strade e quando ho detto ai colleghi che avevo deciso di rispondere alla chiamata del San Carlo, cosa avvenuta quasi per caso, mi hanno preso tutti per pazzo: conoscevano già le difficoltà nella gestione di una realtà come quella italiana».

Soprattutto napoletana, immagino.
«No, a causa della situazione politica nazionale, che poco incentiva il mondo della cultura, credo che si configuri come un problema di tutta Italia e non solo locale. Non a caso hanno chiuso quasi tutte le realtà italiane, anche molto importanti. Moltissimi membri dei corpi di ballo sono stati costretti ad andare all’estero, alcuni anche giovanissimi».

Quali sono le difficoltà che incontra?
«I problemi principali del settore sono due: uno è la burocrazia, che blocca ogni settore di sviluppo in Italia. Il secondo è che tutta questa burocrazia contribuisce a creare un clima non positivo tra gli addetti ai lavori. Siccome la sopravvivenza è difficile, il contratto con una compagnia viene visto quasi come se si trattasse di un posto fisso, causando un certo rilassamento. Per questo reputo fondamentale la revisione del contratto nazionale, in un’ottica che potrebbe aiutare a cambiare un simile modo di pensare. Siamo prima di tutto artisti: le persone pagano per venire a vederci e abbiamo l’obbligo di dare noi stessi completamente. Prendo molto sul serio questo compito, perché è l’essenza stessa del mio lavoro, da ballerino e da direttore».

Espressione artistica ed etica del lavoro. Questo binomio le ha già dato risultati?
«Moltissimi. Un episodio particolare: mi piace mischiarmi tra le persone durante gli spettacoli per captare le reazioni e una volta sentii una signora chiedersi se quella sul palco fosse una compagnia arrivata da fuori. Quando le dissi che era il corpo di ballo del San Carlo apparve meravigliata. Cerco sempre di spingere al massimo e da quando sono direttore non ho mai avuto problemi di pubblico. Le persone hanno fame d’arte».

Oggi moltissimi giovani ballerini cercano una via d’accesso alla professione attraverso i talent. Cosa pensa di questa strada?
«Non ho nulla contro i talent, però rischiano di creare, come fanno anche i social, grandi illusioni nei ragazzi. I giovani infatti tendono a vivere dell’ebbrezza momentanea procurata dai “mi piace”, straordinaria per qualche mese, ma che poi una volta spenta li fa tornare nell’anonimato. La fama in questo senso è diversa dalla notorietà, perché si costruisce con il crescendo delle competenze e la pratica lavorativa. Non con trovate estemporanee».

Domanda off: un aneddoto della sua carriera
«Quando ero primo ballerino dell’English National Ballet la principessa Diana, patron della compagnia, era assidua frequentatrice dei nostri spettacoli ma anche delle prove. Un giorno, dopo avermi visto ballare sul palco, mi si avvicinò appositamente per dirmi: “Sei bellissimo quando balli”. Un’emozione indescrivibile e uno dei miei ricordi più belli».

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