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Spettacolo

Niccolò Fabi: “La musica in tv mi affascina sempre meno. Gli psicologi usano mie canzoni”

Niccolò Fabi, la musica e le canzoni, il cantautore si racconta in una lunga intervista rilasciata ai microfoni de ‘Il Corriere della Sera’

Niccolò Fabi: “La musica in tv mi affascina sempre meno. Gli psicologi usano mie canzoni”. Il cantautore si racconta in una lunga intervista rilasciata ai microfoni de ‘Il Corriere della Sera’. Ve ne proponiamo alcuni passaggi.

La musica l’ha aiutata a superare il dolore più inaccettabile, la perdita di una figlia?
«I dolori delle separazioni li viviamo tutti, e più andiamo avanti nella vita più ci avviciniamo alle separazioni importanti. La musica non so se mi ha aiutato, sinceramente. Ma ha dato un senso profondo a quell’esperienza di vita. Ha collocato quell’esperienza in un ambito che non è più personale, mi ha dato la possibilità di non far rimanere il dolore chiuso in una stanza: vedo il riflesso benefico che ha questo racconto in tutte le persone che condividono o hanno condiviso quella medesima paura. Poi ovviamente io la ri-rappresento ogni volta in scena, per cui siccome rientro in quella stanza ogni sera, non è proprio salvifico, a volte è complicato. Perché per riraccontarla e comunicarla emotivamente devo riviverla tutte le sere. Non puoi cantare quelle canzoni in maniera casuale, pensando ad altro: non succede niente se non c’è una passione reale, in senso quasi cristologico».

Faticoso?
«Si, è un concerto faticosissimo. Però è sicuramente il più vicino ai miei gusti tra tutti quelli che ho fatto, ed è stupefacente che sia la tournée che ha raccolto più spettatori che mai. Di solito gli artisti che vogliono fare quello che piace a loro, difficilmente allargano la platea. E invece a me è successo il contrario: più mi avvicinavo al mio gusto personale, più vedevo le persone aumentare. Per chi non sta alla radio, in tv, ha una comunicazione social assolutamente lontana dal marketing, è incredibile. Evidentemente le persone che hanno bisogno di quel linguaggio ritrovano in tutte quelle scelte una coerenza. Dall’altra parte è tutto molto esasperato, e allora c’è una risposta contraria».

Niccolò Fabi: “La musica in tv mi affascina sempre meno. Social un luogo che non amo”

L’esasperazione della fake positivity, l’ottimismo a tutti i costi?
«Certo, il mio linguaggio è all’opposto, è anacronistico, va a fondo, e se vai a fondo non puoi essere superficiale. Eppure noto che c’è una richiesta di un certo numero di persone, neanche troppo esiguo, che è alla ricerca di quest’altro linguaggio».

[…] Sui social ci sono tracce del suo impegno sociale: la foto del braccialetto per Regeni, del ciclone in Mozambico, dell’incendio in Australia…
«Piccoli segni del mio coinvolgimento. Ma anche il social network non è un luogo che amo moltissimo, è sempre una piazza virtuale che semplifica, e io non sono abile a semplificare, mi fa paura. La vendita del prodotto artistico insieme alla campagna solidale: c’è una grande confusione di linguaggi, per cui mi sento a disagio, cerco di dare suggerimenti artistici, più che politici».

La musica ribelle allora come si fa oggi?
«La musica ribelle è una musica libera. Io sono sempre più stato affascinato dalla libertà dell’espressività dell’artista piuttosto che dal suo ipotetico impegno politico. Noi artisti abbiamo il dovere di fare cose belle, libere e artisticamente valide prima ancora che salire su un palco per sostenere una campagna elettorale piuttosto che un credo politico. Se facciamo musica cattiva, allora quella è una responsabilità politica. Noi dobbiamo immettere nel sistema degli ammorbidimenti di sensibilità, riuscire a far capire cose importanti, che poi hanno la conseguenza di far prendere una posizione politica. Se c’è una musica che inneggia alla ribellione, alla rivoluzione, alla resistenza, all’oppressione del sistema, ma è brutta, per me è politicamente inutile. Se è asservita, anche solo alla promozione di se stessi, è inutile».

La bellezza salverà il mondo, scriveva Dostoevskij. L’arte è resistenza alla mano che ti affoga, dice Niccolò Fabi.
«Sì, assolutamente sì. L’interesse per l’arte, l’approfondimento, è un esercizio di pensiero, di sensibilità, di consapevolezza dei dettagli della vita, delle sfumature delle emozioni, dell’attenzione verso gli altri, delle loro emozioni. È un atto di resistenza vera, rispetto a un mondo consumistico del prodotto della comunicazione, della vendita, della vanità, dell’ego sparato a 360 gradi tutti i giorni in tutte le maniere».

Niccolò Fabi: “La musica in tv mi affascina sempre meno. Sono testimonianze dal fronte le mie”

Si è addirittura ritagliato un posto a lato sul palco, stavolta, perché?
«Proprio perché adesso la sicurezza, la garanzia che le persone si fidano di me, ha fatto sì che mi ritagli il posto che mi è più naturale, che non è al centro della scena, che mi imbarazza. Al centro non ci sono io ma uno schermo, una finestra, uno specchio, in modo che le persone possano vedere non tanto me, ma se stessi riflessi, o un luogo speciale in cui vogliono tornare, andare».

Quindi se le chiedo Sanremo o X Factor?
«La musica in televisione mi affascina sempre di meno, mi sento tanto lontano da quel tipo di racconto, da quello che esce fuori della musica da quei contesti, dove c’è una ragione televisiva che comanda le scelte artistiche. Io e la televisione abbiamo due temperature troppo diverse, la tv ti mette in luce ed è molto centrata sulla narrativa delle persone, che è esattamente il contrario di ciò che voglio io, scomparire. Con la mia timidezza non ci sto bene. Nel concerto ci sto il giusto, divento strumento di altro: ho un altro tipo di vanità».

Eppure non può non essere vanitoso, con tutte le fan…
«Ma quello ci sta. L’artista ha sempre attirato anche l’aspetto erotico della persona, la donna poi tende ad idealizzare più dell’uomo. A volte mi gratifica, perché mi rendo conto che non ho la fisicità di un fragile esistenzialista, pallido, curvo su sé stesso. Essendo un belloccetto biondo con gli occhi azzurri, creo un corto circuito con la musica che faccio, posso suscitare fantasie: ma ci ridacchio su».

Niccolò Fabi: “La musica in tv mi affascina sempre meno”

La verità è che sta diventando un riferimento educativo: ho visto su un libro di pedagogia per insegnanti una frase di una sua canzone.
«Sono testimonianze dal fronte le mie, dalla trincea. Non sono regole lette e imparate come suggerimenti per la risoluzione di un problema. Molti psicologi mi scrivono perché usano alcune mie canzoni all’interno del percorso di terapia. L’unica differenza tra me e loro è che l’aspetto artistico dà una componente più forte: le persone non lo vivono come consiglio medico, ma come il racconto di uno come loro, che la sta vivendo allo stesso modo».

Tra tradizione e tradimento, da che parte sta?
«Se stessi da una parte non ci avrei scritto un disco. È evidente che le canzoni nascono per raccontare quanto sia difficile trovare un equilibrio tra le due cose, nelle due scelte di vita: da una parte tutto ciò che il passato ti ha lasciato come sicurezza, come identità, e dall’altro il tradimento come possibilità di andare fuori dagli argini, esagerare, fare qualcosa di diverso, che è molto eccitante, ed è anche un modo per far valere il tuo passato. Siamo tutti noi sempre all’incrocio tra la rassicurazione del passato e l’eccitazione del cambiamento».

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