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La vita promessa, Francesco Arca: “Spanò animato da sete di vendetta. Spagna più avanti di noi per un aspetto”

La vita promessa, Francesco Arca, attore protagonista nei panni di Soanò nella serie, si racconta ai microfoni di ‘OFF’ l’inserto de ‘Il Giornale’

La vita promessa, Francesco Arca: “Spanò animato da sete di vendetta. Spagna più avanti di noi per un aspetto”. L’attore protagonista nei panni di Soanò nella serie, si racconta ai microfoni di ‘OFF’ l’inserto de ‘Il Giornale’ .

Nessuna possibilità di redenzione, nelle nuove puntate de La vita promessa, per il crudele Vincenzo Spanò?
“No, Spanò sarà animato da una prepotente sete di vendetta. Nessuna ombra di pentimento albergherà nel suo cuore…”

Carmela, interpretata da Luisa Ranieri, incarna un modello genitoriale fortemente tradizionalista, una mamma chioccia un po’ ingombrante ed eccessivamente protettiva. Tu che sei papà di due figli come ti definiresti da questo punto di vista?
“Appartengo anch’io a una famiglia dalla forte impronta matriarcale perché mio padre è mancato presto. Sono cresciuto in un nucleo familiare tutto al femminile: composto da mia nonna, mia madre e mia sorella. Ecco perché nel personaggio magnificamente interpretato da Luisa Ranieri ho rintracciato alcuni modi di fare che mi ricordavano loro. Un padre, come un attore, non deve mai cadere nella facile tentazione di giudicare se stesso. É bene che siano sempre gli altri a esprimere un giudizio su di lui.

In linea generale, mi ritengo un papà emotivamente presente, sufficientemente protettivo, ma non apprensivo. Sono convinto che l’eredità più importante che un genitore lascia a un figlio sia il ricordo di quanto lo abbia amato. Non faccio vivere i miei figli (Maria Sole, 4 anni e Brando Maria, che ha quasi due anni) in una dimensione di chiusura, ma in una di grande apertura: mi piace insegnare loro il rispetto delle diversità”.

Da adolescente come immaginavi la tua “vita promessa”?
“Sul fronte personale pensavo a me a quarant’anni esattamente come sono ora: felice con una donna accanto e con due figli. Sul versante professionale, ho sempre dato la giusta importanza a ciò che mi capitava. Anche ogni rifiuto, per esempio, l’ho vissuto immaginando la successiva porta che invece si sarebbe aperta. Sono sempre stato un cinefilo anche da ragazzo, ma mi sono avvicinato tardi a questa professione. Non sono cresciuto sentendo bruciare dentro me il fuoco sacro della recitazione. Ho scoperto dopo la passione per questo mestiere che non è una semplice professione, ma un vero e proprio atto d’amore, una filosofia di vita”.

Al cinema, così come in televisione, hai recitato negli ultimi anni sempre in ruoli drammatici.
“Credo siano quelli che mi si addicono di più. Mi piacerebbe dire che un attore deve essere bravo a fare tutto, ma poi non è così. Nelle dinamiche drammatiche ci “sguazzo”, mi sento più a mio agio e forse, da un certo punto di vista, mi aiutano a scavare dentro di me, nella mia interiorità, quasi fossero strumenti di autoanalisi”.

L’emancipazione femminile è uno dei temi cardine di questa serie. Se pensi ai giorni nostri a che punto credi sia arrivato questo importante processo?
“In Spagna, dove mi è capitato spesso negli ultimi tempi di lavorare, si è molto più avanti che in Italia su questo fronte. Lo si percepisce in maniera chiara. Da noi si fa un po’ più fatica ancora”.

Hai altri progetti all’orizzonte?
“Tra qualche mese girerò una serie in lingua spagnola sulla vita di Evita Peròn”.

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