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Spettacolo

Sonia Bergamasco si racconta: “La mia giovinezza con situazione familiare complessa. Così sono passata dalla musica al Teatro”

Sonia Bergamasco si racconta in una intervista rilasciata a ‘La Repubblica’

Sonia Bergamasco si racconta: “La mia giovinezza con situazione familiare complessa. Così sono passata dalla musica al Teatro”. L’attrice ripercorre le tappe della sua vita privata e professionale in una intervista rilasciata ai microfoni de ‘La Repubblica’. Ve ne proponiamo alcuni passaggi.

Quando e dove sbarcò, giungendo a Roma?
«La prima casa, durante i miei vent’anni, è stata nel quartiere Monti, in Via del Boschetto. Venni a vivere con Fabrizio che avevo conosciuto lavorando insieme a lui ne “La trilogia della villeggiatura”, con la regia di Massimo Castri, uno dei registi che mi ha diretta di più in teatro. Roma coincide, dentro di me, con il calore dell’innamoramento. All’epoca Milano era un passato che volevo lasciarmi alle spalle».

Come mai?
«Avevo trascorso un’ infanzia e una giovinezza non serene a causa di una situazione familiare complessa. Mio padre morì quando avevo diciotto anni, e pativo un senso d’ inadeguatezza. A Milano ho studiato al Conservatorio, dove mi sono diplomata in pianoforte. Ora amo moltissimo la musica: è diventata la lingua più vicina al mio cuore. Il pianoforte, per me, vuol dire un dialogo con una cosa viva, ed è anche una forma straordinaria di libertà.

Ma la musica ho dovuto ritrovarla da adulta, poiché vissi male i miei dieci anni di Conservatorio. Periodo tetro, pesante, costrittivo. All’epoca Milano era un buco. Chiusa, provinciale, fredda. Negli ultimi tempi è cambiata ed è diventata bellissima. Mi piace ogni volta tornarci e riscoprirla. In questo momento soffro nel parlarne, vista la terribile situazione che la città sta attraversando. Spero con tutte le mie forze che si riprenda presto».

Sonia Bergamasco si racconta: “Il mondo non sarà mai più come lo abbiamo lasciato”

Torniamo al suo salto dalla musica al teatro, quando approdò sul palcoscenico di Strehler.
«Si aprì a Milano, a fine anni Ottanta, la scuola del Nuovo Piccolo, e io, inquieta e insoddisfatta com’ero, decisi di provare a entrare. Venni ammessa portando tre letture per le tre prove d’ esame. Erano una poesia di Cavalcanti, un monologo di Christa Wolf da “Cassandra” e un passaggio di “Giorni felici” di Beckett. La mia maggiore passione era la lettura, e così è tuttora: leggendo mi sento compiuta. Studiando al Piccolo ho preso parte al “Faust”, ultimo progetto di Strehler che ha coinvolto allievi e professionisti. E nel ’91, alla fine del corso, abbiamo partecipato a un “Arlecchino servitore di due padroni” che ha girato in Italia e all’ estero».

[…] Adesso Roma è strana e vuota, molto più di prima.
«Non l’ ho mai vista così. Un’ esperienza fantascientifica. Ogni sera mi affaccio dalla finestra e cerco di capire cosa sta significando questo tempo sospeso».

Secondo lei cosa significa?
«Che il mondo non sarà mai più simile a quello che abbiamo lasciato. Vanno trovate strade nuove. Ma è anche la creatività che può traghettarci al dopo. La politica dovrebbe essere molto più presente nel sostenere la cultura e l’ arte, e nel considerarne i gravissimi problemi odierni. Si pensa al nostro lavoro come a qualcosa di voluttuario, mentre gli artisti sono a pieno titolo nel tessuto della quotidianità.

Il teatro rappresenta una filiera professionale enorme che include, oltre agli attori, i registi, i tecnici, gli scenografi, i costumisti, i macchinisti È una dimensione che va tutelata e appoggiata, e noi abbiamo il dovere di difendere la dignità del nostro lavoro. Infatti, nelle attuali circostanze, si sono formati gruppi di condivisione. C’è fermento per stabilire una serie di punti fermi comuni, che riescano a salvaguardare i nostri diritti».

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