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La lingua italiana diventa più povera? L’allarme degli studiosi e le proposte

La lingua italiana diventa più povera? L’allarme lanciato dagli studiosi

Dal congiuntivo caduto ormai in disuso a termini divenuti desueti perché inutilizzati o sostituiti da anglicismi e altre parole di matrice straniera, l’italiano sta perdendo varietà lessicale e modi verbali. Secondo la denuncia dell’Accademia della Crusca di questo passo gli italiani del prossimo futuro parleranno una lingua sensibilmente più povera di quella che conosciamo oggi. L’ultimo periodo, di piena emergenza, vissuto, ha certificato la decadenza dell’italiano. Dalle parole “lockdown”, a “smartworking”, passando per “droplet” e “recovery fund”, sono tantissime le parole inglesi che hanno preso il sopravvento.

Addirittura cambiando la pronuncia: la parola virus viene spesso sillabata all’inglese, mentre è un termine latino, “veleno”, poi anglicizzato nell’“Oxford Dictionary”. Tutto dipende dal “potere” della lingua: quasi nessun termine della lingua italiana ha effettivamente avuto il sopravvento in questo 2020 pieno di termini nuovi e scelte lessicali. Quasi tutte premianti per lingue straniere, meno per l’italiano, che resta comunque una lingua molto affascinante e utilizzata. Che va preservata, specialmente nelle sue fattispecie più rare, preziose, artefatte. Ci sono parole che rischiano, altrimenti, di essere sconosciute ai ragazzi pù giovani, molto spesso influenzati molto dalla lingua dei social, meno avvezzi a letture e ampliamento del lessico.

La lingua italiana perde le parole

Sebbene la lingua italiana venga utilizzata ogni giorno per conversazioni, email e messaggi, la varietà di termini impiegata è in costante diminuzione. Il lessico fondamentale, ovvero l’insieme delle parole che adoperiamo normalmente, ammonta a circa 7 mila termini per l’italiano, a cui si aggiungono la terminologia specifica, utilizzata solo in certi contesti come l’ambito professionale, e le parole utilizzate di rado, anche se conosciute.

Sono proprio queste parole che rischiano di scomparire e che, a tutela della varietà lessicale, i linguisti stanno cercando di salvare denunciando la situazione. La guida di Babbel sulle parole difficili in italiano per esempio elenca una serie di parole in disuso, ma che meritano di essere salvaguardate. Termini come granciporro, lapalissiano, sciamannato o smargiasso sono quasi scomparse dal linguaggio comune e potrebbero diventare sconosciute ai più, molte lo sono già.

Soprattutto tra i giovanissimi è andata persa la conoscenza di molti termini. Alcune indagini evidenziano che i più giovani faticano a mettere a fuoco il significato di parole come nemesi, pusillanime, sordido o apodittico e a trovare un sinonimo adeguato.

Le parole da salvare: come si fa?

Sono numerose le iniziative che linguisti e amanti dell’italiano hanno intrapreso per salvaguardare la lingua e la sua varietà lessicale. Con la campagna “Parole da salvare” Zanichelli identifica tra le pagine del dizionario i termini diventati obsoleti con l’auspicio che vengano riutilizzati, e con lo Zingarellone porta alcuni di tali termini nelle maggiori piazze italiane affinché siano sotto gli occhi di tutti e possano tornare ad essere utilizzati.

Con la petizione “Basta anglicismi in politica”, sottoposta al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella da un gruppo di professori universitari e uomini di scienza, si mira a limitare l’utilizzo di anglicismi in contesti istituzionali, così da tutelare la lingua italiana e la sua capacità di innovarsi per via endogena, creando e impiegando parole italiane anziché ricorrere a parole di matrice straniera che sempre più spesso non vengono nemmeno rivisitate. Gli inglesismi, in particolare, sono più che raddoppiati negli ultimi 30 anni e rappresentano circa il 50% dei nuovi vocaboli dopo il 2000, il loro utilizzo è in costante aumento tra la popolazione, complice l’ampio utilizzo di tali termini anche ad opera dei media e della politica. Con la petizione “Basta anglicismi in politica” è richiesta alle istituzioni anche l’attivazione di una campagna di promozione della lingua italiana, come hanno già fatto Spagna e Francia nel tentativo di arginare l’abuso di anglicismi.

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