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Beatrice Aiello: “Petra speciale ma non dovrebbe esserlo. Vengo da anni costellati da malattia”

Beatrice Aiello su Petra e non solo, l’intervista a Vanity Fair

Beatrice Aiello: “Petra speciale ma non dovrebbe esserlo. Vengo da anni costellati da malattia”. L’attrice si racconta tra passato e presente in una intervista rilasciata ai microfoni della rivista ‘Vanity Fair’. Ve ne proponiamo alcuni passaggi.

Com’è stato condividere il set con una presenza «ingombrante» come quella di Paola Cortellesi?
«È stato quanto di più naturale potesse esserci. Non ci siamo mai trovate a provare. Ci siamo conosciute sul set e la distanza che avrebbe potuto esserci tra l’attrice affermata e l’attrice emergente si è tradotta in un rapporto di sorellanza».

La stessa che, in una certa misura, si ritrova nella serie, diretta da Maria Sole Tognazzi e volta a riscrivere gli stereotipi di genere.
«Petra è speciale, eppure non dovrebbe esserlo. Il fatto che sia diretta da una donna che ha sempre avuto un’attenzione profonda per le donne libere, il fatto che abbia una protagonista forte e indipendente non dovrebbe essere speciale».

Però, lo è. Colpa del cinema italiano?
«Non credo. Anche in America hanno uno stesso problema. Spesso, non vengono scritti ritratti di donne forti. Ancor più spesso, non vengono prodotti. Al cinema, si finisce per vedere raccontate donne bidimensionali, che hanno bisogno di essere interpretate da un volto forte per poter essere caratterizzate».

[…] Quale ruolo è stato dato a lei?
«Per la mia altezza e fisicità, mi sono sempre stati assegnati ruoli di donne forti e drammatiche, il che è interessante, perché sono parti lontane da me. Sul set di Petra, però, ho capito che vorrei misurarmi con la simpatia e l’ironia che ho visto in Paola Cortellesi».

Beatrice Aiello: “Petra? Con Cortellesi subito feeling”

Comica, dunque?
«Diciamo che mi piacerebbe affrontare un personaggio buffo, teneramente goffo e brillante come lo sono io nella vita reale. Anche per questo credo che, una volta rientrata l’emergenza Covid-19, mi trasferirò all’estero. Spagna, penso».

Perché?
«Mi sono trasferita in Spagna la prima volta cinque anni fa. c’era una scuola nella quale mi sarebbe piaciuto studiare. A Madrid, ho trovato una solidarietà tra donne che in Italia credevo impossibile. C’è meno maschilismo e il cinema, come la televisione, tende a valorizzare i difetti dell’artista, le imperfezioni che lo rendono unico. C’è più realtà e realismo».

Mi faccia un esempio.
«In Spagna, mi è stato dato il ruolo di Nora in una rappresentazione di Casa di bambola. In Italia, sarebbe stato impossibile».

È stato tanto difficile emergere?
«Non saprei. Posso dire che c’è una sproporzione grande tra la poesia dello studio e la vita di set. Mantenere viva, nella praticità del lavoro, la scintilla artistica che trovi nell’accademia è molto difficile. I miei compagni, però, sono rimasti tra i miei amici più cari. È quasi come se avessimo fatto il servizio militare insieme».

Nessuna rivalità, quindi?
«No. Fare l’attore richiede introspezione, ma, al contempo, chiama lavoro di squadra. Il set è una squadra e, quando è vincente, lo si vede sullo schermo».

Sembra tutto bello dai suoi racconti…
«Lo è. Ho un debito di gratitudine nei confronti di questo lavoro, per la ricchezza che ha portato nella mia vita, una ricchezza che va oltre il successo pubblico».

Beatrice Aiello: “Petra speciale ma non dovrebbe esserlo”

Parla di ricchezza spirituale?
«Sì. Io ho iniziato il primo corso di recitazione a sedici anni. Ero molto timida e, spesso, faticavo a parlare in pubblico. Balbettavo e mi colpevolizzavo. Era una sorta di bullismo autoinflitto, sono sempre stata molto severa con me stessa».

[…] Una consapevolezza quasi filosofica, questa.
«Il lockdown mi ha aperto gli occhi. Vengo da due anni difficili, costellati da tanta malattia. Ho perso mio padre. Durante il Coronavirus, ho scelto di nutrirmi di bellezza: delle migliori interpretazioni di serie e film, di lettura e studi. Ho ripreso l’università. Arti e Scienze dello spettacolo. Sembro Fonzie, dieci anni dopo la prima iscrizione a dare gli esami del primo anno. Ma è stato un momento di riscoperta. Ho abituato gli occhi alla bellezza e ho capito che alla fine è tutto qui».

Dove?
«Nelle relazioni umane. La vita non è solo carriera. Fermarmi, mi ha aiutato a scaricare la pressione del lavoro artistico e a mettere radici su altro. Mi ha restituito una dimensione di realtà: meglio una vita piena di amicizie che una concentrata unicamente sulla propria professione. Il successo è altro dall’eccellenza professionale. Ciò detto, mi auguro di avere entrambi (ride, ndr)».

E se non dovesse essere così?
«Qualcosa farò. Ho pensato anche a questo durante il lockdown. C’è tanto di più nella vita. Ho anche altri interessi. Una soluzione la troverei».

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