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Giacobbo: “Covid? C’è stato un momento in cui pensavo di morire. Ora è tutto più bello”

Roberto Giacobbo sul Covid, l’intervista a Tv Sorrisi e canzoni

Giacobbo: “Covid? C’è stato un momento in cui pensavo di morire. Ora è tutto più bello”. Il conduttore parla dell’esperienza vissuta alle prese con l’infezione in una intervista rilasciata ai microfoni di Tv Sorrisi e canzoni. Ve ne proponiamo alcuni passaggi.

Cosa è successo il 5 marzo?
«Una persona al supermercato mi ha contagiato. In quei giorni ero fermo a casa e lavoravo con i miei collaboratori: dato che nessuno di loro lo ha preso, andando per esclusione l’unica occasione è stata quella».

[…] Proseguiamo con il racconto.
«Il 12 marzo è cominciata la febbre e il 19 la situazione è precipitata: facevo fatica a respirare, i sintomi si sono confusi perché avevo la faringite e la tosse grassa, mentre il Covid provoca tosse secca. Il malessere che provavo credevo dipendesse dal fatto di aver preso troppa tachipirina. Ma non era così. Grazie al pulsossimetro (il dispositivo che misura la saturazione di ossigeno nel sangue, ndr), che avevo acquistato dopo aver visto una signora parlarne in tv, ho capito che i valori stavano crollando. In due ore la saturazione è passata da 96 a 91.

A quel punto ho chiamato un amico cardiologo del Gemelli che mi ha detto di correre subito in ospedale. Ho cercato un’ambulanza ma non ce n’erano, così mi sono messo in auto con mia figlia Angelica. Irene, mia moglie, stava già male anche lei (si sono ammalate anche le loro tre figlie, ma meno gravemente, ndr). Sono arrivato nel reparto Covid, ho fatto il tampone e due ore dopo ero in rianimazione. Mi hanno detto che se fossi rimasto a casa non avrei superato la notte».

Qual è stato il momento in cui hai avuto più paura?
«Quando ho perso i sensi in rianimazione. Ho visto la stanza girare, stavo per svenire e non ero più padrone di me stesso. Ho chiuso gli occhi e non ho capito se c’ero più. Quando li ho riaperti, pensavo fosse passato un minuto, invece erano trascorse 24 ore».

Ma hai saputo reagire, sia dal punto di vista fisico che mentale.
«Ho una buona fibra per natura, è vero. Grazie anche al fatto che faccio immersioni non mi sono spaventato quando avevo da gestire poca aria. Dopo otto giorni in rianimazione e aver perso i sensi tre giorni prima, appena mi hanno messo la maschera per l’ossigeno al posto del casco ho iniziato a fare fisioterapia polmonare. La facevo ogni ora. Così ho allargato subito i polmoni. Ho una capacità polmonare di 6,3 litri. Normalmente è tra i 3 e i 5».

C’è qualcosa che ti fa piacere ricordare di quei giorni in ospedale?
«Le persone che erano lì e ci curavano con una disponibilità e dedizione uniche, dal primario alle infermiere, dai dottori alle caposala. Una di loro, Sabrina (l’infermiera che mi stava più vicina), quando sono andato via mi ha lasciato il suo numero perché volevo avere notizie del mio compagno di stanza, che purtroppo non ce l’ha fatta. La cosa incredibile è che una volta dimesso le ho mandato un pezzetto di “Freedom” e solo in quel momento ha capito chi fossi. In ospedale non mi aveva riconosciuto. Per lei ero solamente Roberto del letto 2 che doveva stare bene e sopravvivere».

[…] Questa vicenda ti ha cambiato?
«Ora è tutto più bello: il sole, il mare, il volto di chi amo. Sento la vita in modo più intenso. È come se fossi passato dal bianco e nero a vedere a colori e in alta definizione».

[…] Hai un’ultima raccomandazione da fare a tutti noi?
«Il virus è così pericoloso eppure basta così poco per schivarlo: non abbracciarsi, usare la mascherina, non toccarsi gli occhi e lavarsi spesso le mani. È sciocco non farlo, usate il buonsenso».

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