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Spettacolo

Fabio Concato: “Milano piena di auto, non è lockdown. Ambrogino d’oro con Fedez? La penso così”

Fabio Concato su Milano e non solo: l’intervista a ‘Il Corriere della Sera’

Fabio Concato: “Milano piena di auto, non è lockdown. Ambrogino d’oro con Fedez? La penso così”. Il cantante premiato con l’Ambrogio d’oro per il suo impegno durante la pandemia, ne parla a ‘Il Corriere della Sera’ in una intervista della quale vi proponiamo alcuni passaggi.

Fabio Concato non si aspettava di vincere l’Ambrogino d’oro.
«Non me lo aspettavo, davvero. Sapevo di essere in lizza ma mi era già successo, in passato, di essere nella rosa. Poi non era mai successo nulla, quindi questa volta non ci avevo investito un granché. Ora è davvero una bella sensazione, mi ha alleggerito il cuore».

L’ha alleggerito a molti anche la sua canzone, «L’umarell», in cui ha descritto le sensazioni provate durante il lockdown. Brano per cui ora è premiato.
«Ha fatto bene anche a me, mi ha confortato, è stata una terapia. Volendo è stata anche una cosa complicata, scrivere un brano registrando sul telefono e poi mandando tutti agli amici musicisti, ma con il senno di poi penso: ma che bello essere riusciti in un periodo così orrendo a fare questa cosa.

Eppure la musica mi sembra sempre sottovalutata… quando poi ho sentito dire che noi artisti eravamo sacrificabili — anche se poi ho capito cosa intendeva dire Franceschini — lì per lì mi sono proprio arrabbiato: nessuno è sacrificabile, meno che meno gli artisti visto che se c’è una cosa che può confortarci nei periodi più bui è un buono spettacolo, un buon concerto, un buon film. Sono il pronto soccorso della mente per tanti».

[…] Hanno vinto l’Ambrogino anche Fedez e Chiara Ferragni. Cosa ne pensa?
«Penso che il fatto di avere del denaro non significa necessariamente doverlo investire in una operazione come quella fatta da loro. Sono stati molto bravi e molto carini, si sono dati da fare, sono due brave persone, quindi benissimo. Ci sono molte personalità in questa città che si danno da fare e non solo per loro stessi ma per gli altri, con azioni che poi si riverberano sulla città. La vita è bella perchè non siamo tutti uguali: pensa che noia sarebbe se tutti facessimo le stesse cose, cantassimo le stesse cose…».

Fabio Concato: “Milano piena di auto, non è lockdown”

[…] Quindi anche lei è dell’idea che dalla pandemia possiamo uscirne migliorati?
«Io ci spero sempre ardentemente, ma la speranza è una cosa e la realtà spesso è deludente. Se devo essere sincero, sono passati tanti mesi da quando si diceva che ci sarebbe stata una seconda ondata: contavo che fossimo più pronti e invece siamo partiti un’altra volta in ritardo. Mi rendo conto che ci sono un sacco di pressioni, di interessi, ma siamo stati sorpresi nuovamente non avremmo dovuto: sapevamo di cosa si trattava, avremmo dovuto avere almeno le bombole di ossigeno e i caschi. Tendo anche un po’ ad arrabbiarmi…».

Comprensibile, non crede?
«È quello che penso. Mi dico: mettiamoci nei panni degli altri, nei panni di chi è stato male o in quelli dei parenti che non hanno nemmeno potuto salutare i propri cari».

Ha paura del Covid?
«Sì, ce l’ho. Quindi cerco di essere più prudente possibile, anche perché ho 67 anni, come salute sono messo abbastanza bene, però visti i miei anni meglio starci attenti».

Che effetto le fa vedere la sua città bloccata, ferita?
«Oddio in questo secondo lockdown non mi sembra così ferma, almeno rispetto al primo, in cui sembrava scoppiata la peste. Io abito al sesto piano e quando mi affaccio sullo stradone vedo che è pieno di macchine quasi come durante la normalità. Certo, il clima tra le persone non è tra i migliori, c’è molta scontentezza, tensione, aggressività. E anche molti problemi: non possiamo pretendere che le persone siano carine e sorridenti. La gente è nervosetta, per non dire di più. Ma a parte gli stupidotti che sputazzano in faccia mentre parlano al telefono in strada, direi che il 98% dei milanesi fa quello che è stato detto di fare».

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Ha mai cantato sul balcone?
«Mai, mi faceva un po’ ridere la cosa anche se capivo la sensazione, l’emozione… era la prima volta. Era bella quella solidarietà anche se poi si è rivelata soltanto apparente. Appena siamo stati di nuovo liberi ognuno ha ricominciato a farsi gli affari suoi e a non salutare nemmeno più il vicino. Non è colpa di nessuno ma di come vanno le cose in tutto il pianeta. Poi forse non ce ne rendiamo conto ma stiamo pagando ancora e ancora per un po’ lo pagheremo, questa pandemia. A livello mentale.

La speranza è che nel tempo, dopo tutto quello che è accaduto, rsoprattutto quelli che hanno il poter del mondo — che poi alla fine sono sempre quei cento uomini —, riflettano per proporre un’economia diversa, un’ecologia diversa… insomma che abbiano imparato la lezione. A volte mi chiedo se la Terra ci voglia ancora e se questo non sia stato un segnale naturale dopo che gliene abbiamo fatte di cotte e di crude. In meno di cento anni abbiamo quasi distrutto un pianeta che ha girato benissimo per milioni di anni. La mia speranza, oggi, non può che essere quella».

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