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Rocco Fasano: “Machismo? Per i giovani i confini della sessualità sono labili. Io attore per vocazione”

Rocco Fasano sul machismo e non solo, l’attore tra i protagonisti di ‘Skam’, si racconta tra passato e futuro in una intervista rilasciata a ‘Vanity Fair’

Rocco Fasano: “Machismo? Per i giovani i confini della sessualità sono labili. Io attore per vocazione”. L’attore tra i protagonisti di ‘Skam’, si racconta in una intervista rilasciata ai microfoni di ‘Vanity Fair’. Ve ne proponiamo alcuni passaggi.

[…] Le capitano spesso personaggi vulnerabili.
«Sì, ed è un dono immenso per un attore, sono ruoli che ti permettono di esplorare una palette di emozioni larghissima. Non amo i personaggi maschili portatori di una mascolinità tossica che ormai è superata».

Si spieghi.
«Gli uomini, nel cinema e nelle serie mainstream, dovevano essere virili, machisti. I personaggi più vulnerabili invece erano ridicolizzati, rappresentati in maniera macchiettistica. Non penso fosse intenzionale, era solo il risultato di un approccio semplicistico».

Parla al passato perché le cose stanno cambiando?
«Mi sembra di sì, nell’entertainment americano stanno emergendo personaggi e interpreti esempi di una mascolinità diversa».

Una conquista per tutti gli uomini?
«Se troviamo nei media una rappresentazione di uomini che piangono, che si mostrano vulnerabili, che falliscono, vuol dire che ci stiamo liberando da un carico culturale che ci portiamo addosso inutilmente. Perché le emozioni non hanno sesso».

Rocco Fasano: “Machismo? Per i giovani non esiste”

Le capita spesso di piangere?
«Poche volte ma quando succede il pianto è incontrollabile…».

La sua generazione si è liberata dal machismo?
«Senza dubbio siamo molto avanti, siamo lontani dalla società maschilista e patriarcale».

In Skam l’omosessualità e la fluidità sessuale sono normalizzate, non sono mai raccontate in toni drammatici. È così anche nella realtà?
«Sì, tra i miei coetanei e ancor di più tra i ragazzi più giovani, il fatto che i confini della sessualità siano labili è un concetto dato ormai per scontato. Per esempio, dire di avere una curiosità nei confronti di persone dello stesso sesso non è un problema, è una cosa comune. C’è anche più sperimentazione: lo trovo giusto, piuttosto che autocensurarsi e rientrare in un ruolo scelto dagli altri. È bello provare, capire chi si è, è bello essere tutti diversi».

I suoi genitori sono altrettanto progressisti?
«Diciamo una via di mezzo tra il progressismo e il conservatorismo».

Che famiglia è?
«Una famiglia semplice di Potenza. Mio padre lavora al Caf, mia madre vende oggettistica per liste nozze. Sono persone molto pragmatiche, io sono l’unico artista in famiglia. E ho dovuto lottare un po’ per diventarlo».

Che cosa sognavano per lei?
«Come tutte le famiglie semplici del Sud, speravano in un buon lavoro sicuro. Quindi all’inizio facevo corsi di teatro di nascosto».

Quando?
«A 16 anni, ma in realtà il sogno di fare l’attore ce l’ho sempre avuto, dalle elementari almeno. Ricordo questa recita della Divina Commedia in cui io facevo Dante: mi ero impegnato tantissimo, a 7 anni avevo chiarissimo che quella era la cosa che volevo fare».

Addirittura?
«Sì. Lo dicevo sempre, facevo le imitazioni. Fare l’attore assomiglia più a una vocazione che a un mestiere. Anche perché devi affrontare una serie di difficoltà oggettive, come la mancanza di routine e di garanzie minime, che scoraggiano chiunque non sia pienamente convinto».

Che cosa le piaceva della recitazione da bambino?
«Quello che mi piace ancora oggi: l’evasione. Non la fuga, piuttosto l’esplorazione. Il fatto di non essere una cosa sola granitica, ma un essere plastico che si trasforma».

Rocco Fasano: “Machismo? Le cose oggi sono cambiate”

[…] Da adolescente com’era?
«Un casino, come tutti. Sempre iper impegnato, ero un gran secchione, non uscivo mai, mi sono diplomato anche in pianoforte al Conservatorio. Mio padre mi diceva: ma falla qualche cazzata della tua età. Io niente».

E poi?
«Dopo i 18 anni mi sono calmato. Ho capito che potevo osservare il fiume in piena della vita e decidere cosa fare».

Come ha fatto?
«La psicoterapia e la meditazione mi hanno aiutato».

A Potenza come si trovava?
«Un po’ ho accusato la realtà ristretta della provincia, ma c’erano gli amici e avevamo i cugini americani che andavamo a trovare in New Jersey e che venivano a Potenza in estate. Poi è vero che la provincia ti dà una spinta fortissima per raggiungere i tuoi traguardi».

[…] La fermano spesso?
«Sì, non posso più andare o fare ciò che voglio, a volte mi ritrovo fotografato in pose strane, per la strada. Ma forse con la mascherina abbiamo trovato la soluzione».

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