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Spettacolo

Adriano Giannini si racconta: “Mio fratello morto a 19 anni mi ha messo in moto. Io sex simbol? Solo 2 lo erano”

Adriano Giannini si racconta in una intervista a ‘Il Corriere della Sera’

Adriano Giannini si racconta: “Mio fratello morto a 19 anni mi ha messo in moto. Io sex simbol? Solo 2 lo erano”. L’attore figlio d’arte ripercorre le tappe della sua vita privata e professionale in una intervista a ‘Il Corriere della Sera’. Ve ne proponiamo alcuni passaggi.

Una volta, aveva detto: «L’amore non lo cerco. Quando arriva, arriva». Come l’ha riconosciuto quando è arrivato?
«Sono stato da solo anche per sei, sette anni… Non sono uno che sta in coppia per sollievo dalla solitudine. Con Gaia, è avvenuto un incontro, un riconoscimento d’appartenenza, abbiamo sentito quella sensazione per cui reciprocamente ci si affida all’altro, un legame antico, una cosa di un fascino misterioso».

[…] Sua moglie ha due figli adolescenti dal primo matrimonio e lei, da sposato, si è trasferito a Milano: come è stato cambiare vita?
«Appena abbiamo finito di sistemare casa, è iniziato il lockdown, mi sono trovato proiettato in una vita di coppia con due ragazzi che adoro e gli assestamenti normali della situazione sono passati in secondo piano rispetto a quello che accadeva intorno. Ma siamo stati bene. Ho fatto tante cose che desideravo da molto: approfondimenti, riflessioni rispetto alla verità di ciò che siamo. Con Gaia, ho girato il video di una sua canzone e abbiamo scritto favole che potrebbero diventare cartoni animati. Ho fatto yoga e ho imparato a fare docce fredde la mattina. Fanno benissimo».

Come mai favole, non avendo lei bambini?
«I bambini non me li precludo. Non per merito mio, ma del Dna, ho ancora il fisico per sciare, giocare a tennis e fare le cose che si fanno coi figli. Delle favole, mi ha sempre affascinato l’idea di animare oggetti inanimati. Una appena scritta parla di due girasoli che s’innamorano, perché anche se la loro natura è guardare sempre il sole, un giorno, invece, incrociano i loro sguardi. E poi, da piccolo, i miei mi leggevano tante fiabe e mia madre e mio padre di certo non le leggevano male».

Si tratta di Giancarlo Giannini e di Livia Giampalmo, anche lei attrice e doppiatrice. La portavano mai sul set?
«Poco. A due anni, Lina Wertmuller mi volle per una scena di Film d’amore e d’anarchia. Io ero timidissimo e detestavo chi mi faceva le moine, soprattutto se diceva che somigliavo a papà. A maggior ragione perché lui era sempre via per lavoro. Insomma, mi misero vestiti di lana che pungeva mentre sventolavano diecimila lire per invogliarmi, secondo loro, a fare l’attore. Non ero affatto divertito. Poi, capii che la scena consisteva nel fare la pipì sul vasino e, siccome io la facevo sempre a letto, la trovai di cattivo gusto. Mi rifiutai. Dissi: il pagliaccio non lo faccio. Manco fossi Clark Gable».

In origine, per 11 anni, ha fatto l’operatore. Manovra di elusione verso la recitazione?
«Elusiva e al tempo stesso formativa, ma elusiva rispetto al lutto che avevo appena avuto. Finito il liceo, non sapevo che fare della vita. Soprattutto, non volevo perdere tempo. Chiesi a mia madre di trovarmi un lavoro per guadagnare qualcosa e poter andare in America a studiare inglese. Feci l’aiuto operatore, mi piacque. Poi, feci il volontario in altri film. In quel mestiere, trovai un contesto in cui davo un senso a me stesso. Guadagnavo, imparavo, ero fuori di casa, fuori anche da una dimensione, in quel momento, non felice».

Suo fratello Lorenzo era morto a 19 anni per aneurisma cerebrale. Era quel lutto improvviso a spingerla ad aver fretta di fare?
«Avevo fretta di essere grande già prima. Poi, quell’evento mi ha messo più urgenza e lavorare era un modo per non pensare, una fuga. Dopodiché, la fuga diventa una modalità: dopo tre settimane a Roma, devi andare, partire e così rimandi gli appuntamenti della vita».

[….] La fama di sex symbol, che effetto le fa?
«Per me i sex symbol sono finiti con Paul Newman e Robert Redford in Butch Cassidy».

[…] La vedremo in «Tre piani» di Nanni Moretti. Com’è stato girare con lui?
«Bello. Tutti ne hanno un po’ timore, ma è solo esigente, preciso, come deve essere un regista. E io gli voglio bene: in certi momenti, mi è stato vicino con calore e affetto».

Che ne è del progetto di diventare regista?
«Fare tutto è difficile».

Desideri per i prossimi 50 anni?
«Uno in via di realizzazione: un casale in Toscana per stare di più con la famiglia, con più cani, due asini, e coltivazioni biodinamiche. Voglio più tempo per guardare i girasoli. La natura ti porta vicino alla verità delle persone e, a me, piacciono quelle perbene. Mi interessano gli animi gentili. Vuol dire che hanno capito».

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