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Luca Ward: “La malattia di mia figlia mi ha aperto gli occhi sulla Sanità. In Italia Informazione veicolata da politici”

Luca Ward, la malattia della figlia e non solo, l’intervista a ‘Vanity Fair’

Luca Ward: “La malattia di mia figlia mi ha aperto gli occhi sulla Sanità. In Italia Informazione veicolata da politici”. L’attore e noto doppiatore sottolinea il problema Sanità in una intervista rilasciata a ‘Vanity Fair’. Ve ne proponiamo alcuni passaggi.

Perché scrivere un libro solo ora?
«Non è stata un’esigenza mia, a dire il vero. È stata Mondadori ad avermi chiesto di farlo. Mi ha visto in Rai, durante un’apparizione televisiva. Ero in promozione per un musical, raccontavo un’esperienza passata, legata alla separazione dalla mia prima moglie, Claudia Razzi. Parlavo di mia figlia, Guendalina».

E il racconto ha fatto breccia.
«Sulle prime, non ho capito come. Ho chiesto loro: “Scusate, ma perché dovrei scrivere?”. “Perché riteniamo che la tua storia possa essere d’aiuto a tanti”, mi hanno risposto. Allora, ho cominciato a pensarci. Io sono venuto dal nulla, sono cresciuto in povertà, figlio di attori non blasonati quando essere attori non blasonati era un guaio, uno vero. Ho capito che, forse, avrei potuto dare una mano».

Infatti, il libro è dedicato «A tutti quelli che credono di non farcela. Non è così».
«Spero possa essere uno sprone ad agire. Ho avuto anch’io i miei momenti bui. Non sono mica Batman. Davanti alle avversità, però, ho sempre tirato fuori una grande forza. “Non mi avrete vivo”, mi ripetevo da ragazzo. E credo che oggi ci sia bisogno di questo input: più passa il tempo, più le insicurezze aumentano, le fragilità umane vengono fuori».

È il tempo pandemico, quello cui si riferisce, o un tempo precedente, universalmente critico?
«Il mio libro ha in sé una critica della nostra società. Ci sono tante cose che mi portano ad essere combattivo. Il Covid-19 è stato un mezzo per avere a riguardo delle certezze in più: tutto quello che credevo essere sbagliato e andare in direzione opposta all’umanità, si è rivelato tale».

Luca Ward: “La malattia di mia figlia mi ha aperto gli occhi sulla Sanità”

[…] Nel libro, racconta la malattia genetica di sua figlia Luna, affetta dalla sindrome di Marfan. Cosa le ha insegnato sulla ricerca?
«Ho capito che per le malattie non considerate di impatto la ricerca è ferma. Alcuni ricercatori, ormai amici, mi hanno detto di non avere nei propri laboratori i reagenti necessari ad andare avanti. Ed è gravissimo. È grave quanto chiudere un porto commerciale. La salute è fondamentale, la ricerca è il perno attorno al quale ruota oggi l’umanità».

Perché a livello istituzionale e privato si fa tanta fatica ad investire nella ricerca, in Italia?
«L’informazione è veicolata come vogliono le istituzioni, la classe politica. Ci sono trasmissioni utili, relegate alla terza serata. Poi, lo dico. Io, per generazione, sono anti-establishment. Sono un ragazzo degli anni Settanta, ho visto e fatto le rivoluzioni. Sono contro il sistema, e credo vada combattuto. Con le idee, per carità, ma ci vogliono persone che sappiano proporre altro da quello che viviamo».

Con Il talento di essere nessuno ha rinunciato ad una privacy costruita con difficoltà in questi anni. Perché lo ha fatto?
«È stata una decisione molto sofferta. Non volevo parlare di matrimoni e divorzi, della malattia di mia figlia. Non c’era paura, sia chiaro. Solo, volevo tutelare mia figlia, la sua condizione. Non volevo sembrasse che io pietissi chissà che: sono entusiasta della mia bambina, della nostra vita, amo mia moglie, ci divertiamo».

Di nuovo, perché allora?
«Noi “famosi” siamo sempre visti come gli inarrivabili. Ci raccontano come esseri fighissimi, bellissimi, felicissimi, con il villone, la macchinona. Un paio di balle! Siamo tutti esseri umani, e tutti sulla stessa barca. Non è vero che siamo fighissimi».

Luca Ward: “Informazione italiana veicolata dai politici”

Nel suo libro, racconta di un senso di comunità che dice essere andato perso: quando è morto suo padre, Ostia si è prodigata per voi. Gli attori erano uniti. Cos’è cambiato?
«A scuola, ha smesso di essere insegnata l’educazione civica. Quand’ero bambino, sapevo che la cabina telefonica in fondo alla strada, la strada stessa, aveva contribuito a pagarla mio padre. Sapevo quanto poco senso avrebbe avuto prenderla a mazzate. Gli attori, allora, erano tanto uniti da aver condotto le proteste mondiali per il Voce Volto, il diritto a doppiarsi quando ancora non esisteva la presa diretta. Sono stati i primi, gli italiani, a scioperare. C’era comunione e solidarietà: quando qualcuno stava male, gli altri aiutavano. Oggi, la gente pensa a tirare acqua al suo mulino».

Con quali ripercussioni sul lavoro artistico?
«Enormi. Un tempo, eravamo i primi al mondo nel fare cinema. Ricordo, ero a Ponza a girare Il Conte di Montecristo, il grande sceneggiato Rai di Andrea Giordana. Venivano delegazioni dall’Inghilterra, dagli Stati Uniti per vedere cosa stavamo facendo. Allora, l’Italia produceva 340 film all’anno. Oggi, se ne facciamo undici, è oro colato».

E nel libro lamenta un drastico calo nella qualità dei prodotti.
«Non voglio fare nomi, ma quando mi raccontano il grande vigore del cinema italiano presente mi chiedo quale sia. Dov’è questo grande vigore? Gli attori, in Italia, sono tre volte gli operai della Fiat, ma pochi hanno la forza contrattuale per imporre condizioni di lavoro decorose. L’unica luce che vedo è il faro americano: Netflix, Amazon, Sky. Gli americani ragionano secondo parametri di produzioni, scopi e obiettivi produttivi diversi. Forse, ci salveranno».

Luca Ward: “La malattia di mia figlia? Non l’avevo raccontato per difenderla”

Da attore, ha mai rifiutato una parte perché legata ad un prodotto scarso?
«Guardi, qui è già un miracolo se ti chiamano. Cosa fai, allora? Cerchi, con la tua professionalità, forte di quello che conosci, di portare la tua qualità laddove non c’è. Davvero, è già un miracolo se firmiamo qualcosa, come si fa a dire di no?».

[…] Lei è stato un garzone in una ditta di traslochi, ha venduto bibite sugli spalti dell’autodromo di Vallelunga, fatto il camionista. Quando ha deciso di essere un attore e doppiatore a tempo pieno?
«Quando è morto mio padre, nel 1973, avevo 13 anni. Non ho potuto proseguire gli studi come avrei voluto. Avrei voluto fare il pilota di aerei civili, sa. Ma la scelta è stata obbligata: lavorare per mettere insieme il pranzo con la cena. Allora, quel che io e i miei fratelli sapevamo fare meglio era recitare. Mamma e papà erano attori. Non famosi, però: una tragedia peggiore dell’essere figli di sconosciuti».

[…] Sceneggiati, fiction, talent e reality. Negli anni, ha fatto un po’ di tutto. Altri suoi colleghi, per snobismo, avrebbero rifiutato certe partecipazioni.
«Io la trovo una fesseria, quella di snobbare gli sceneggiati. Io so di essere stato, in parte, fortunato. Ancora oggi, quando entro in sala di doppiaggio, mi faccio il segno della croce. Non so mai cosa aspettarmi, non ho studiato, non sono uscito da un’accademia. Ma lo snobismo nei confronti della tv non l’ho mai capito. Ci provassero certi attori a fare CentoVetrine o Un posto al sole: girare 25-30 scene in un giorno, mandare a memoria ottanta pagine di copione e parlare in modo chiaro».

Luca Ward: “La malattia di mia figlia mi ha aperto gli occhi sui problemi della Sanità”

Cosa intende per «parlare in modo chiaro»?
«Tanti soffiano, quando parlano, o parlano così veloce da non farsi capire affatto. Mi capita, sui set, di dover leggere il labiale, perché a tre metri di distanza non riesco a cogliere quel che dice un collega. Mi capita con gli uomini, più spesso con le donne, Dio ce ne scampi».

Perché è accettata questa incompetenza?
«Per approssimazione, un male che affligge tutti i settori, non solo il cinema. Non esiste più la costruzione del talento. Un tempo, produttori come Ponti, De Laurentis, Cristaldi fabbricavano gli attori. Guardi Sophia Loren: è stata messa a studiare, preparata e formata. Allora, avevamo una squadra di attori, uomini e donne, straordinaria. Il cinema italiano era un’eccellenza. Oggi, è qualcosa di estremamente provinciale».

Colpa dei social?
«Anche. Tutto è valutato in base all’audience potenziale. Non esiste più il curriculum, il merito. Se qualcuno va forte sui social, allora ottiene un lasciapassare. Il pubblico, però, non è scemo. Qualche anno fa, si è tentato di portare dei fenomeni da baraccone a teatro. Sono durati da Natale a Santo Stefano. Gli americani questo non l’hanno perso. Prenda Chris Pratt. Faceva il cameriere in un fast food, come Brad Pitt. È entrato uno, ha detto: “Mazza oh, figo questo”. Lo hanno buttato cinque anni in una scuola e ne è uscito così, una star».

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