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Spettacolo

Mahmood: “Ho paura della malattia e della morte. Ddl Zan? Credo sia il minimo che ci debbano”

Mahmood e la paura della malattia e della morte: l’intervista a ‘Vanity Fair’

Mahmood: “Ho paura della malattia e della morte. Ddl Zan? Credo sia il minimo che ci debbano”. Il cantautore si confessa parlando a cuore aperto su diversi temi in una intervista a ‘Vanity Fair’. Ve ne proponiamo alcuni passaggi.

[…] Lei, quando si riflette, che cosa vede?
«Qualcosa che dentro non sento».

Non ha neanche trent’anni. Che età è la sua?
«Difficile. Le mie energie migliori le sto mettendo nella musica, nucleo presente. Cerco di evitare gli scompensi emotivi. Mi affido al mio clan, che unisce famiglia e amici, e mi fa stare tranquillo, con i piedi per terra, soprattutto dopo l’esplosione di Sanremo».

Chi ne fa parte?
«Chi mi dice “Alessandro, forse stai facendo una cazzata” dove per altri sarebbe “Alessandro, sei bello, sei bravo, tutto a posto”. Gente vicina che li tocca, i miei sogni».

Che sogni ha?
«Uno è incontrare il maestro Franco Battiato. Per quella volta che mi rapì dalla radio di una macchina, mentre andavo verso una spiaggia: con I treni di Tozeur io scoprii l’estasi. Salutarlo come fossimo in quel capolavoro della sua Alexander Platz. “C’era la neve, ci vediamo questa sera fuori dal teatro, ‘ti piace Schubert?’”».

Mahmood: “Ho paura della malattia e della morte. Mio padre? Non so di lui più nulla”

Sua madre, Anna.
«Sono stato il suo unico figlio, era la prima volta anche per lei, ed è stata grandiosa. In me è la giustizia, che governa e ripara. Testa calda, ci assomigliamo. Terza media, gran senso del lavoro. Dopo il Festival e l’Eurovision è rimasta a bocca aperta con me, noi che non avevamo avuto niente, non ci aspettavamo niente, e di colpo ci ritrovavamo con tutto.

Non si è mai stancata di farmi sorprese. Come una volta che tornavo da Madrid e mi ha detto: “Sono stanca per cenare insieme”, e io allora le ho creduto, e invece ho aperto la porta ed era lì, che mi aveva pulito tutta casa, e aveva cucinato. È la prima ad ascoltare le mie creazioni, in lei ripongo ogni fiducia. “Ale, questa è molto bella però un po’ difficile. Non te la capiscono tutti”».

Il suo è stato, è, un padre assente.
«Non so di lui da parecchio. Ma delle persone tendo a voler sempre salvare il bello, e a buttare il marcio».

È tanto lontano nel tempo il bello che salva?
«All’Idroscalo di Milano quando ero piccolo c’era un Luna Park. Babbo mi portava sempre lì. Ci avvicinavamo alla mia giostra preferita, che erano gli scivoli. Il signore degli scivoli mi dava allora il tappeto volante di Aladin, e in quel saliscendi con mio papà lì io mi ci sentivo, un po’ magico».

Che cosa è successo tra voi?
«La sua biografia e la mia dicono che si è separato da mia madre quando avevo cinque anni. Quindi forse sarebbe più giusto chiedermi: “Che cosa non è successo”».

Le manca?
«Peggio. Non so più in che maniera, mi manca».

[…] Sta riaprendo tutto, in una pandemia che sembra in via di risoluzione con i vaccinati che aumentano, e l’estate ormai vicina.
«Stupendo, ma attenzione, non è un regalo, non sarà semplice riabituarsi alla gente, fare pace con l’idea del contatto. Passeggiavo sul Naviglio, ieri, e cresceva un fastidio del rumore e di contro un disagio silenzioso in me, come la conseguenza di un trauma. Non ci basterà essere liberi. Dovremo re-imparare, per esempio ad abbracciarci. Io non so se lo so più fare».

Mahmood: “Ho paura della malattia e della morte”

[…] Di che cosa ha avuto più paura, in questo tratto?
«Della malattia e della morte, così legate l’una all’altra. Mi facevo forza: se va tutto bene, quando finirà, prendo un aereo e porto i miei amici a cena a New York. Ma l’ansia era lì, ferma».

Che cosa le ha insegnato?
«Che ogni lenitivo è provvisorio, che si può essere più leggeri nello scoprire che non si può, forse non si deve proprio, piacere a tutti. Che quando pensi di avere ragione, se per gli altri non ce l’hai, non è un problema tuo ma loro. Realizzare di non potere essere quello che la gente si aspetta senza farsene più una colpa […]».

[…] Il Ddl Zan aiuterebbe chi invece no.
«Credo sia il minimo che ci debbano, che debbano a tutti. Una tutela che ha un motivo, non ce lo stiamo inventando. La violenza e l’omofobia esistono, sono sotto gli occhi di tutti, si materializzano in insulti, ironie, parole sbagliate, in silenzi di madri, quando va bene, in schiaffi di padri, gesti ignobili, violenti. Ma non vi si gela il sangue a pensare a una figlia cacciata di casa perché ama una ragazza? O all’idea di potere essere aggrediti per un bacio? Quante volte ci hanno fatto battute che non desideravamo sulla nostra pelle, quante volte non ci siamo sentiti sicuri nell’andare a scuola? Ci rendiamo conto? Nell’andare a scuola».

[…] Credo sia quando tutte le cellule del corpo si prendono la testa e con gli occhi pieni dell’altro dicono «sì».
«È forte. Ma io faccio fatica perfino a sentirle, ora, le mie cellule. Troppo esaurite. A volte vorrei essere così lieve da sollevarmi in volo come un uccello, solo per guardarci dall’alto, rallentarci sopra piano, quasi un planare, e vedere da lì l’effetto che fa».

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