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Spettacolo

Salvatores: “Politicamente corretto? Peggio degli stereotipi, soprattutto per un motivo”

Salvatores: “Politicamente corretto? Peggio degli stereotipi, soprattutto per un motivo”. Il regista premio Oscar parla del suo nuovo film, e non solo, in una intervista a ‘Il Messaggero’. Ve ne proponiamo alcuni passaggi.

Coerenza artistica e mancanza di scrupoli, fedeltà ai principi e stereotipi, umorismo politicamente corretto: questi i temi del film che Salvatores, 70 anni, pronto a girare Il ritorno di Casanova con Toni Servillo, ritiene «più attuale che mai». Perché?
«Parla di una piccola umanità che fa i conti con la voglia di emergere, la visibilità, il successo. E con il linguaggio politicamente corretto che sta diventando più pericoloso degli stereotipi perché ingabbia la libertà di espressione».

Ma un comico non deve evitare di ferire gli altri?
«Deve mantenere l’ equilibrio tra buon gusto e offesa, sapendo che il confine è sottilissimo».

Da vincitore dell’ Oscar, cosa pensa delle nuove implacabili regole di inclusione varate dall’ Academy?
«Mi spiace per gli amici americani, ma sono ridicole. Come la presenza sui set del gender manager destinato a garantire il risalto alle interpretazioni femminili».

Salvatores: “Politicamente corretto? Peggio degli stereotipi”

[…] Chi sono oggi i comedians?
«I politici che hanno rubato il mestiere agli attori e cercano di fare i simpatici. Ma io non voglio amici: dagli uomini impegnati nella cosa pubblica mi aspetto di trovare dei padri che prendano posizione e, nel bene e nel male come i vecchi dc, intendano la politica come una missione».

È vero che, dopo la pandemia, il pubblico chiede al cinema soltanto evasione?
«No. La gente vuole qualcosa di più profondo che, come il vaccino, le permetta di pensare al futuro».

La sale stanno faticosamente riaprendo, ha paura che il suo film lo vedranno in pochi?
«Non mi aspetto nulla. Uscire in questo momento può essere rischioso, ma bisognava assolutamente farlo per sostenere la ripresa. E io, che ho avuto tanto dal cinema, mi sono messo volentieri a disposizione».

Lei, che ha avuto il Covid, pensa che la pandemia influenzerà il lavoro di voi registi?
«Non posso prevederlo. Ma dentro di noi qualcosa è cambiato: ci sentivamo sicuri, quasi immortali e ci siamo riscoperti fragili. Probabilmente tutto questo influenzerà il nostro modo di raccontare».

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