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Monicelli, la compagna: “Il nostro un amore sfigato, all’inizio avevo paura. Aveva un’idea della morte”

Monicelli, la compagna: “Il nostro un amore sfigato, all’inizio avevo paura. Aveva un’idea della morte”. Chiara Rapaccini, l’ultima compagna di Mario Monicelli, morto suicida a novembre del 2010, parla della relazione con il regista in ina intervista a ‘Il Corriere della Sera’. Ve ne proponiamo alcuni passaggi.

[…] il vostro non è stato un amore sfigato…
«Invece sì. Non è stato un idillio. Soprattutto all’inizio ho avuto paura. Tanta. Ero una ragazza di vent’anni con una famiglia toscana che mi proteggeva e con tanti amici. Ero una hippy, militavo per Lotta Continua, cantavo nella rock band di David Riondino, già scrivevo libri per bambini e dipingevo, mi divertivo. Mi sono ritrovata in questa storia d’amore che mi ha dato tante cose meravigliose ma anche tanti problemi. La disperazione di mia madre e mio padre, quando annunciai che sarei andata a vivere con Monicelli. Lo scandalo a Firenze. E poi, i timori».

Quali?
«Di non essere all’altezza. Mi vergognavo. Improvvisamente mi ritrovai accanto a gente fantastica, abituata a conoscere il mondo, dalla cultura straordinaria, a loro agio ovunque. Oggi non c’è nulla di comparabile».

I primi nomi che le vengono in mente?
«Mi ricordo ragazzetta di vent’anni accanto a Catherine Deneuve, Fanny Ardant, Monica Vitti, Marcello Mastroianni, visto solo sui grandi schermi dei cinema di Firenze, e mi piaceva da morire, come a tutte le donne del mondo. E poi Alberto Moravia, Laura Betti, Antonello Trombadori… No, non ero proprio felice… Mi sentivo un po’ una bestia da circo, quei quarant’anni di differenza scatenarono i paparazzi sotto casa. Ricordo soprattutto i colleghi di lavoro di Mario. Suso Cecchi d’Amico, Age e Scarpelli, Leo Benvenuti e Piero De Bernardi, Sergio Amidei. Proprio con Amidei ebbi un’amicizia bellissima: io vent’anni, lui settanta».

Monicelli, la compagna: “Non è mai stato consolatorio ma sono grata”

Monicelli la aiutava a superare il baratro?
«No. Mai stato consolatorio. Il nostro era certamente un rapporto con uno sfondo edipico ma gli sono gratissima per non essere mai stato paternalista. Lui, De Bernardi e Benvenuti erano maledetti toscani ricchi di un’ironia feroce. Dicevano a Mario: dove l’hai trovata, all’asilo? All’inizio mi ferivano. Poi, con l’allenamento, rispondevo: pensate all’età che avete voi, io sono Susanna tra i vecchioni. Mi trattavano con intelligenza alla pari, dandomi dignità. Oggi i fiori all’occhiello della società sono paternalismo, buonismo, ipocrisia. Loro ignoravano tutto questo».

[…] La verità vince sempre…
«Sempre. Negli ultimi vent’anni è passata un’idea di buonismo, di facile bellezza e successo, solipsismo e narcisismo. Tutto veloce e terribile».

Con tanta ironia sarà stato difficile parlare d’amore.
«Mario era figlio di un intellettuale fine e dolce come Tomaso Monicelli e di Maria Carreri, contadina del Mantovano, analfabeta e bellissima. Nostra figlia Rosa è il suo ritratto. Maria tirò su faticosamente cinque figli in una guerra di sopravvivenza menandoli spesso. Mario ereditò tutto questo».

Mai dolce?
«Molto dolce, dolcissimo, ma mai buonista. Mi lasciava biglietti tipo: il mio cuore è un boiler, cioè uno scaldabagno, riaccendilo se puoi. Che era insieme una dichiarazione d’amore ma magari anche la richiesta di potersi fare un bagno al ritorno a casa. Li ho tutti, quei biglietti».

Quindi?
«Quindi l’uomo più geniale che abbia mai conosciuto, e non perché è stato il mio compagno. Mi ha viziato il cervello».

Monicelli, la compagna: “Dopo 10 anni con lui divenni madre, un ruolo tutto mio”

Poi nel 1987 arrivò vostra figlia Rosa.
«Dopo dieci anni avventurosi pieni di adrenalina e di viaggi diventai madre, cosciente di un ruolo tutto mio. Finalmente smisi di essere la ragazzina accanto al vecchio famoso. Avevo Rosa, i miei tanti lavori, i miei libri, la pressione su di me finì. Mi ricordo che, avendo 34 anni, i medici mi definirono “primipara attempata”. Da femminista mi infuriai e dissi: ma l’avete visto il padre, ha 75 anni! Non si scomposero. Lì capii che per un uomo non c’è limite per diventare padre».

Poi a un certo momento vi separaste.
«Separammo, in ottimo e pieno accordo, le case: due a poche centinaia di metri. Ma non finì il rapporto tra noi. Mario faceva il padre di Rosa, ma a 85 anni aveva insofferenza per gli impegni quotidiani di una bambina così piccola, lì la differenza di età si fece davvero sentire. Era felice di ritrovare spazi solo suoi. All’inizio soffrimmo un po’ tutti per il distacco. Certe volte non chiudevo occhio la notte. Una sera andai a vedere come se la cavava. Trovai la sua casa piena di donne, di gente. Aveva dato una festa. Per lui la vita era una sfida continua».

Anche con la morte?
«Negli ultimi tempi diceva che per lui, non credente, la morte, in qualunque modo potesse arrivare, avrebbe potuto essere una nuova avventura: ma ‘sta morte, che sarà? Oggi la morte viene demonizzata, rimossa. Mario ci ha abituati tutti a farci i conti sempre».

[…] Le capita di sognarlo?
«Sempre. Sogno solo e soltanto Monicelli. E non ne posso più».

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