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Spettacolo

Giovanni Veronesi: “Ho avuto un tumore e poi il Covid. Non è tutto apposto”

Giovanni Veronesi: “Ho avuto un tumore e poi il Covid. Non è tutto apposto”. Il regista e sceneggiatore, fratello di Sandro, rivela le sue vicissitudini in una intervista a ‘Il Corriere della Sera’. Ve ne proponiamo alcuni passaggi.

[…] il ricordo più bello?
«Quando mia madre mi portava al mare, avevo 5-6 anni ed ero scalmanato. Lei mi salvava la vita tutte le mattine perché se non mi avesse stretto la mano così tanto da non farmi sgusciare via, io avrei attraversato sempre con il rosso viale Kennedy a Fiumetto per raggiungere al più presto il mio amico Gerardo, figlio del bagnino. Non mi rendevo conto del pericolo».

[…] Quale successo ha il rammarico di non avere condiviso con i suoi genitori?
«Tutti. Sono uno di quelli che non ha elaborato il lutto. Dicono ci voglia un anno, e invece ne sono passati dodici e io niente. Ripenso a mio padre e a mia madre ogni giorno. Sento un vuoto profondo: sono stati talmente importanti che non è possibile sostituirli con nessun passaggio di tempo, nemmeno tra 100 anni riuscirei a vivere felicemente come ho vissuto fino a quando c’erano loro. In ogni film metto qualcosa che me li ricorda e fa sentire vicini».

Per esempio?
«Genitori e figli l’ho dedicato a loro, con questa scena molto toccante che abbiamo davvero vissuto io e mio fratello Sandro quando abbiamo buttato in mare al tramonto le ceneri dei nostri genitori e i miei nipoti si sono tuffati in acqua ingenuamente, quasi a salutare i capi branco che se ne vanno. Allora io e Sandro li abbiamo seguiti in questo bagno liberatorio. Nessuno di noi poi ha più toccato l’argomento: quella sera siamo andati a cena e abbiamo parlato d’altro. Lì ho capito cos’è il branco, in positivo e in negativo: quando muoiono i capi si è un po’ sbandati e devi assumerne tu le veci anche se non sei pronto».

Giovanni Veronesi: “Ho avuto un tumore e poi il Covid. Non è tutto apposto”

Non siamo mai pronti, forse.
«Eppure non ero particolarmente mammone. Li chiamavo ogni 3-4 giorni, talvolta non li vedevo per due mesi. Nel momento della malattia, però, io e Sandro siamo stati con loro fino alla fine: è una cosa che auguro a tutti di poter fare, è un passaggio di testimone che deve essere fatto dove sei cresciuto».

[…] Sono mancati a sei mesi di distanza.
«Mia madre ha mantenuto la promessa: aveva detto che non voleva vivere neanche un giorno senza mio padre e sebbene il malato fosse lui, aveva un tumore da cinque anni, lei ha sorpassato tutti a destra e si è inventata un tumore che non c’era fino a poco tempo prima. È stata una sorpresa, a un certo punto abbiamo capito che non si è curata».

Poi si è ammalato suo fratello.
«Beh, anche io ho avuto un tumore due anni fa. Ancora non è tutto a posto, ti danno 5 anni di protocollo e devi solo aspettare e sperare che non si ripresenti. Mio fratello è fuori, io no. Diciamo che ho vissuto gli ultimi due anni pericolosamente, anche con il Covid».

La pandemia l’ha cambiata?
«Il Covid lo avevo preso alla leggera, poi quando sono arrivate le complicazioni ho capito che questa malattia tremenda si può trasformare dalla notte al giorno. Sono stato fortunato, perché la saturazione non è mai scesa al limite e i medici mi hanno curato a casa».

Giovanni Veronesi: “Ho avuto un tumore e poi il Covid”

[…] E Francesco Nuti?
«Lui non fa parte della mia famiglia, ma è come se fossimo fratelli. Se non ci fosse stato lui il mio mestiere non sarei riuscito a farlo in questo modo, entrando dalla porta principale. A parità di talento ne ho visti tanti rimanere al palo, io non mi reputo Kubrick, so benissimo quali sono miei limiti. Sono stato aiutato un po’ dalla fortuna e molto da Francesco, che nei primi anni della mia carriera mi ha spalleggiato, mi ha prodotto film, me li ha fatti scrivere».

Va sempre a trovarlo in clinica. Come fa a essere sicuro che lui capisca?
«Non sono sicuro, ma la speranza è talmente tanta che esco sempre soddisfatto. E poi lui sorride, mi guarda, alle volte spero che non capisca perché ho paura che possa soffrirne».

Le è dispiaciuto non diventare padre?
«Ci ho pensato tanto, ma ogni volta mi sono risposto che non volevo chiedere troppo. Poi so che mi sono privato di una delle cose più belle della vita, però ne ho avute talmente tante altre che va bene così, non sono ingordo».

[…] L’attore più difficile?
«Harvey Keitel, in Il mio West, perché lui, portandosi “il metodo” dietro, voleva da me risposte che non ero abituato a dare. Quando però ha capito come eravamo fatti noi, si è adeguato in un modo eccellente. Mentre David Bowie, nello stesso film, era una delle persone più antipatiche mai conosciute nella vita».

Non lo dica!
«Antipaticissimo. D’altra parte il suo talento e la sua arte non vengono scalfite dal giudizio: era il mio mito e lo resterà. Con lui sul set mi sembrava di toccare il cielo con un dito. Però era proprio antipatico, non voleva parlare con nessuno tranne che con me, per qualsiasi cosa. Quando si incontrava al trucco con Pieraccioni, capivo di averla fatta grossa…».

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