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Bruno Pizzul si racconta: “Ecco perché ho rifiutato la finale Europei. Heysel? Un aspetto non dimentico”

Bruno Pizzul si racconta: “Ecco perché ho rifiutato la finale Europei. Heysel? Un aspetto non dimentico”. Lo storico telecronista che dal 1970 al 2002 ha raccontato innumerevoli eventi sportivi, ripercorre la sua vita, privata e professionale, in una intervista a ‘Il Corriere della Sera’. Ve ne proponiamo alcuni passaggi.

In molti avrebbero voluto riascoltarla per la finale dell’Europeo. Ha risposto, no grazie. Nemmeno una esitazione?
«Faccio fatica ad attraversare la strada, figuriamoci andare a Londra. Qualcuno deve aver postato per scherzo la proposta di mandare me a sostituire Alberto Rimedio costretto alla quarantena. In tanti si sono agganciati al messaggio. Incontravo gente che chiedeva cosa facessi a casa, altri che domandavano se fossi contagiato io, altri ancora che volevano biglietti per la finale».

Però la telecronaca l’ha fatta lo stesso…
«Quel giorno terminava a Cormòns il Giro d’Italia femminile di ciclismo. Il sindaco mi aveva chiesto di partecipare a una serata in omaggio alle atlete. Hanno montato un maxischermo. Ho pronunciato qualche parola per i miei compaesani, gente a cui voglio bene».

Il successo della Nazionale ha scatenato una festa enorme. Si aspettava tanto entusiasmo?
«Mancini ha creato un gruppo che ha riconciliato i tifosi con la squadra azzurra. Giovani che hanno mostrato di stare volentieri assieme. Poi sono arrivati i risultati, dunque una gioia e una spensieratezza ritrovate».

Bruno Pizzul si racconta: “Ecco perché ho rifiutato la finale Europei”

È tornato a Cormòns da pensionato. Gira in bicicletta, mai presa la patente di guida. Quando tocca usare l’automobile, che succede?
«Guida la Tigre, mia moglie Maria. Che ormai ha anche funzioni di badante, causa anagrafe e pigrizia congenita».

La Tigre… come nasce il soprannome?
«La moglie di un calciatore della Triestina veniva chiamata così. Quella ragazza mostrava analogie con Maria e adottai il nomignolo. Lei ogni tanto fa qualche smorfia ma si rende conto che il paragone animalesco è assai lusinghiero. La tigre sarà feroce ma è una bestia mobile, bella. Ah, la tigre!».

[…] A Milano, chi voleva incontrala doveva cercare al bar, sotto casa. Carte, vino, sigarette. E poi?
«I bar erano due. Frequentati da una congrega di calciatori, allenatori, giocatori di scopa e tresette. Cene da Londonio dove si faceva il calciomercato. Con Trapattoni, Radice, Bellugi. Carte e liti furibonde. Fumavo lì perché in casa c’era la Tigre con le sue reprimende. Ho fumato sino a sette anni fa. Mi spiace non aver smesso prima. Ogni volta che incrocio Boninsegna ripete: mi hai affumicato durante le telecronache».

Bruno Pizzul si racconta: “Il ct più amato? Bearzot, Vicini e Zoff”

[…] Anno 2014. Spot per la Fiat girato in Brasile. Protagonisti Pizzul e Trapattoni. Sembravate i ragazzi irresistibili…
«Un ricordo meraviglioso. A Rio, insieme per dieci giorni. Il Trap: un ragazzino. Conosceva ogni angolo della città, raccontava avventure in continuazione. Un personaggio unico. Non riusciva mai a rispettare il copione ma era efficacissimo».

[…] Nando Martellini: un maestro o un ingombro?
«Un gentiluomo. Mi accolse. Anche perché non pensavo affatto di poter seguire le sue orme. Incontravo spesso anche Nicolò Carosio. Diceva, con quel suo tono stentoreo: anche se sfortunatamente fossi astemio, fatti sempre vedere con un whisky in mano, così quando pronuncerai qualche stupidaggine potranno dire che avevi bevuto».

[…] Con la Nazionale dal 1986 al 2002. Il cittì più amato?
«Ero amico di Azelio Vicini sin da ragazzo. Con Bearzot ho avuto un rapporto particolare. Era friulano pure lui, parlavamo nel nostro dialetto, seduti fianco a fianco. La cosa generò sospetti e invidie perché molti colleghi credevano che Enzo stesse confidandomi chissà quali segreti tattici. In realtà parlavamo delle vendemmie. Lo stesso con Dino Zoff. Cominciammo a giocare assieme».

Bruno Pizzul si racconta: “Heysel? Un aspetto non dimentico”

Quella notte tremenda dell’Heysel, 29 maggio 1985. È un dolore che ritorna?
«Il più angoscioso. Per la mia coscienza di uomo. Non è possibile andare a fare la telecronaca e dover parlare di 39 morti. È una memoria che talvolta vorrei cancellare ma non si può scordare ciò che dovrebbe portarci verso comportamenti più sereni e meno delittuosi».

[…] Tre figli, Fabio, Silvia e Anna. E molti nipoti. Quanti?
«Undici. Una vera squadra. Fabio è consigliere regionale, mi pare riesca a conservare una bella integrità pur frequentando il mondo della politica. Silvia insegna matematica e scienze a Milano, Carla è assistente sociale, accoglie nella sua famiglia, da anni, ragazzi che hanno necessità di una casa, di un sostegno. È ammirevole, sempre sorridente. Molti di questi ragazzi, una volta raggiunta la maggiore età, vanno per la loro strada. Talvolta ne incontro qualcuno, mi saluta: ciao nonno! Ne vado orgoglioso. Così, se agli undici nipoti aggiungiamo i nipoti acquisiti, abbiamo una squadra completa di riserve».

Un momento di felicità che vorrebbe rivivere ora?
«Ogni volta che è venuto al mondo uno dei mei figli ho provato una felicità profonda. Ricordo l’emozione quando lessi il telegramma della Rai che annunciava la mia assunzione e il Mondiale messicano del 1970, convocato per la prima volta come telecronista. Commentai Inghilterra-Germania, la rivincita della finale di quattro anni prima. Ogni frammento di quella partita resta scolpito nella mia memoria. Comunque, devo dirle una cosa. Quando sento che qualcuno si interessa a me alle mie esperienze, resto sempre un po’ perplesso. Il motivo è semplice: mi compiaccio di non essere mai riuscito a prendermi troppo sul serio».

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