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Spettacolo

Alessandro Haber: ”Cina invasione lenta, non so cosa c’è dietro la pandemia, ma una cosa è certa”

Alessandro Haber: ”Cina invasione lenta, non so cosa c’è dietro la pandemia, ma una cosa è certa”. L’attore si racconta partendo dagli esordi e rivelando alcuni retroscena sulla sua carriera in una intervista a ‘Il Corriere della Sera’. Ve ne proponiamo alcuni passaggi.

[…] è stato espulso dalla scuola?
«Espulso? Sono proprio scappato! In Israele, dove ho vissuto fino ai 9 anni, in collegio i Frères mi picchiavano sulle mani con il caucciù perché in verità ero incontenibile, rispondevo male, avevo sempre la battuta impertinente: meglio le botte che studiare. E una volta mi sono rifugiato ai margini di un bosco, un’avventura decisamente molto trasgressiva, ma purtroppo calò la sera, si fece buio, faceva freddo… e cominciai ad avere paura.

Per fortuna, vedevo da lontano le luci della città, che un po’ mi rassicuravano. Sono rimasto là fino all’alba, quando finalmente mi ha ritrovato mio padre: ero salvo! Però ancora oggi, quando vado a dormire, non riesco ad addormentarmi in una camera completamente buia, ho bisogno che la serranda lasci filtrare un po’ di luce, non riesco a sostenere le tenebre totali, con l’oscurità mi assale un senso di claustrofobia».

Alessandro Haber: ”Cina? Sta scalzandogli Usa”

Insomma, alla fine è riuscito a ottenere un diploma?
«Quando siamo tornati in Italia, prima a Castiglione dei Pepoli poi a Verona, i professori mi picchiavano con il battipanni, ma non provavo grande dolore, perché evidentemente sentivo che le botte me le meritavo. Le medie le ho fatte in sei anni, perché prendevo sempre 4 in condotta e non potevano mai promuovermi all’anno successivo. Mi era già cresciuta un po’ di barba quando raggiunsi il diploma, pagato da mio padre. A me quel pezzo di carta non è mai interessato, non era da incorniciare: l’unico mio obiettivo era fare l’attore. E il mio primissimo debutto avvenne proprio a Tel Aviv, nel teatro parrocchiale, facendomi la pipì sotto…».

Per l’emozione di trovarsi di fronte al pubblico?
«Macché! Avevo 7 anni e mi affidarono il ruolo di protagonista nella recita scolastica, ma a un certo punto con i compagni ci venne da ridere, non ricordo il motivo, forse perché qualcuno di noi aveva sbagliato una battuta o non si era ricordato una frase del testo da pronunciare. Insomma, rido talmente tanto che comincio a pisciare ed era talmente tanta, che il rigagnolo scende piano piano lungo il palcoscenico, cade giù in platea e finisce ai piedi del preside.

Mia madre, presente in sala, credo abbia fatto finta, per la vergogna, che non fossi figlio suo. Un debutto di m… D’altronde lei, quando poi ho iniziato il mio percorso, mi ripeteva sempre “cambia mestiere!” e io rispondevo testardo no, non cambio! Era preoccupata per il mio futuro, mi vedeva inquieto, piangevo, mi disperavo quando non venivo preso in qualche spettacolo o film e poi, quando finalmente ho cominciato a partire per le tournée, si raccomandava supplicandomi: “non farti subito riconoscere”».

Alessandro Haber: ”Cina? La loro è un’invasione lenta”

Risultati scolastici piuttosto scarsi. Come ha fatto a imparare a recitare?
«Volevo andare a New York, all’Actors Studio, perché il mio mito, appunto, era Marlon Brando. Ma i miei erano spaventati dall’idea che partissi da solo per l’America. Così decisi di andare a Roma, per frequentare l’Accademia Silvio d’Amico. Purtroppo, però, quando arrivai le iscrizioni erano già chiuse, così mi informo e mi segnalano la scuola di Alessandro Fersen: usava il metodo Stanislavskij , perfetto per me che sognavo l’Actors Studio! Decisi di fare il provino».

Lo superò?
«Andò benissimo tanto che, siccome avevo ancora 17 anni, quindi ero minorenne, Fersen pur di accogliermi nella sua scuola, avendo capito che ero dotato di un certo talento, camuffò la mia data di nascita sull’iscrizione, come se avessi già 18 anni».

Alessandro Haber: ”Cina è vicina profetico”

[…] L’esordio nel cinema avviene con Marco Bellocchio nel film «La Cina è vicina».
«Già, la Cina… a ripensarci oggi con il Covid mi fa un po’ impressione. Quello fu un film direi profetico. I cinesi hanno grande potere di acquisto, di armamenti, la loro è un’invasione lenta, meditata, stanno facendo tabula rasa di tutto e vogliono assumere il potere mondiale che, finora, è sempre stato degli americani… li stanno scalzando. Non so cosa ci sia dietro al tristemente noto laboratorio da dove sarebbe sbucato fuori il virus, non so se dietro alla pandemia ci sia un business, se c’è una mente che sta facendo il buono e il cattivo tempo. Un fatto a mio avviso è certo: siamo marionette sotto a una lente di ingrandimento».

[…] Per un tipo «atipico» come lei, cosa significa fare l’attore?
«Essere vero. Se sei vero sei credibile, è una giostra dove la finzione diventa verità. Non so chi sono io, so di certo chi sto interpretando. Attraverso i personaggi che incarno, con i quali faccio l’amore, imparo a conoscermi un po’ di più e, andando avanti con l’età, il modo migliore è lavorare fino allo sfinimento, agli ultimi giorni di vita, ubriacarsi di impegni continui, perdersi in tanti ruoli per dimenticare la realtà, non pensare alla morte. L’importante è rispettare rigorosamente il pubblico che ci aiuta a esistere, bisogna essere sempre disponibili e non deluderlo mai fino al paradosso…».

Quale paradosso?
«Faccio un esempio. Quella volta ero in motorino, mi viene addosso una Vespa, cado, mi rompo tre costole, ma il giorno dopo dovevo debuttare al Quirino con Woyzeck di Georg Büchner! Stavo ancora per terra e vengono a soccorrermi dei ragazzi: mi riconoscono e mi chiedono un autografo. Non riuscivo nemmeno a respirare, eppure non ho potuto dirgli di no… e ho firmato gli autografi».

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