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Giacomo Poretti: “Io infermiere per caso, ricordo gli aspetti nefasti e sconvolgente, soprattutto uno”

Giacomo Poretti: “Io infermiere per caso, ricordo gli aspetti nefasti e sconvolgente, soprattutto uno”. Giacomo Poretti era infermiere prima di diventare comico e ora l’attore ricorda l’esperienza in corsia attraverso un libro dove racconta gli aspetti più duri del mestiere. Ne parla in una intervista a ‘La Verità’ della quale ve ne proponiamo alcuni passaggi.

Cosa le è venuto in mente di fare un mestiere così ingrato come quello dell’infermiere? È stato per caso, come per il suo alter-ego Sandrino, o ci ha pensato su?
«No, è stato davvero per caso. Da bambini magari sogniamo di diventare astronauta, o pilota, poi la vita decide altrimenti, le “porte scorrevoli” che ci si aprono sono tantissime. Mai avrei pensato di fare un lavoro simile. Ma poi ci sono rimasto».

Alla fine è diventata una scelta.
«Sì, perché dall’ospedale in fondo puoi sempre scappare, se la cosa ti atterrisce. Scegli un’altra specialità, magari in uno studio dentistico, aspiri un po’ di saliva ma non vedi cose tremende…».

Allora perché vale la pena?
«Io l’ho vissuto come qualcosa di tragicamente miracoloso. Quando lavori in ospedale la cosa decisiva non appartiene né al “bello” né all'”interessante”, è lo stare a contatto con la malattia e anche con i suoi esiti nefasti che è sconvolgente, ti sconquassa. L’aspetto relazionale con le persone è ciò che ti resta addosso».

Come riusciva a non farsi coinvolgere troppo?
«In quelle pagine ho cercato proprio di far capire il pericolo che si corre, sempre in bilico tra il cinismo e l’affezionarsi».

Lei l’aveva trovato un punto di equilibrio?
«Penso di sì perché, come dice Sandrino, alla fine “i vecchini li ho sempre cambiati”, benché si provi spesso la tentazione di dire “ma perché”?».

Giacomo Poretti: “Io infermiere ho fatto 1.765 turni di notte”

«Saetta» ha fatto 1.765 turni di notte, anche lei? E un arresto cardiaco, l’incubo di ogni infermiere, le è mai capitato?
«Sì, il numero è grosso modo quello lì. E di arresti cardiaci me ne sono capitati cinque. Non tutti finiti bene, però. Nel mio caso, due si sono salvati e tre no».

Ha mai pensato «avrei potuto fare di più»?
«Sempre, del resto è la domanda che si fa anche il comico: potevo migliorarla quella battuta? Avrei potuto far ridere di più?».

Mai sofferto di «burnout»?
«No, una volta non si parlava nemmeno di questa sindrome da esaurimento. Però il primo decesso l’ho sofferto proprio tanto. Me lo ricordo bene, era un signore di poco più di 50 anni, aveva una brutta malattia…».

I medici a volte sono sin troppo bruschi, altre – lei nel libro li prende in giro – fanno i vaghi, usano paroloni astrusi di fronte ai malati e alle famiglie. Lei che ne pensa di loro, sinceramente?
«Io ne ho un’ottima opinione perché è il mestiere più difficile del mondo. Ce ne sono tre così: il medico, il politico e il prete».

Il politico forse no, eh.
«A farlo bene sì, invece. Io, caspita, ho quasi una venerazione per i medici, anche perché ne ho visti molti in difficoltà, a volte devi far piangere una persona, o famiglie intere, è tremendo».

Giacomo Poretti: “Io infermiere ma avrei voluto fare il medico”

Le sarebbe piaciuto indossare il camice?
«Molto, io non ho mai studiato ma avrei voluto fare l’internista: è il cosiddetto medico generico che però deve sapere un’infinità di cose, è come un segugio che scopre la malattia».

Lei i pazienti li faceva ridere?
«No, non avevo e non ho alcuna attitudine a far ridere chi sta male. Ho sempre pensato che chi va in ospedale non ha voglia di ridere».

[…] Aldo e Giovanni le chiedono mai pareri o consigli medici?
«Eh, è successo un paio di volte durante le tournée teatrali che Aldo si ferisse e dovevo fargli il richiamo dell’antitetanica, un gag meravigliosa perché lui è un cagasotto mondiale, Giovanni mi faceva da assistente e io lo rincorrevo con la siringa in mano».

Lei e la sua famiglia un anno fa vi siete ammalati tutti per il Covid. Sapere di medicina ha aiutato in quel frangente o era peggio?
«In quel caso lì nessun medico al mondo sapeva di cosa ci si stava ammalando, forse adesso si inizia a saperne qualcosa di più, io non ero per niente rassicurato, non c’era nessuna cura certa, si andava a spanne… Anche ora non è che sia chiarissimo. Ho fatto tanti giorni con febbre molto alta, nel marzo 2020. Per fortuna il virus si è fermato lì e non è andato nei polmoni o da altre parti».

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