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Pedro Almodovar: “Droga? Prendevo solo cocaina. Carrà osannato in Spagna perché italiana”

Pedro Almodovar: “Droga? Prendevo solo cocaina. Carrà osannato in Spagna perché italiana”. Pedro Almodovar a cuore aperto, il regista spagnolo si racconta partendo dalla sua infanzia in collegio in una intervista a ‘La Repubblica’. Ve ne proponiamo alcuni passaggi.

«Dai salesiani, dai 10 ai 14 anni. Un incubo. Il terrore aleggiava sotto quel tetto, decine di bimbi abusati. Avevamo tutti paura di essere aggrediti nei corridoi. Una qualità di studio pessima. I docenti non avevano alcuna qualifica pedagogica. Dai francescani, dai 15 anni, tutto fu meno turbolento. Ma c’era l’indottrinamento politico, la formazione dello spirito nazionale, la storia piegata al potere da parte dall’insegnante falangista. Per fortuna a 18 anni sono andato a Madrid e i fantasmi sono spariti».

A Madrid la vita era più libera.
«I giovani erano hippie. Mi sono fatto crescere i capelli, ne ho abbracciato l’estetica: perline, abiti, amore libero. Ho comprato la prima Super8 e iniziato a fare film. Franco aveva chiuso la scuola di cinema, le lezioni erano i film che facevo nei weekend con gli amici, c’erano già temi che poi avrei sviluppato».

Pedro Almodovar: “Droga? L’eroina il Vietnam della mia generazione”

Le donne dei suoi film sono la perfetta rappresentazione del suo cinema politico.
«Tutti i personaggi femminili dei miei film, nonne, suore, casalinghe godono di una assoluta autonomia morale: questa è una affermazione politica».

Gli anni della gioventù.
«Sono felice di ciò che sono stato e di ciò ho fatto, malgrado i rischi. Molti amici sono morti, in quella vita vertiginosa, perché tra le libertà scoperte c’erano le droghe. La mia precoce vocazione per il cinema mi ha dato una disciplina enorme. Ero il primo ad andare a dormire. Non sono stato un santo ma non ho mai preso l’eroina, vedendone gli effetti immediati capivo che non era per me. La cocaina mi dava vitalità, parlantina, socialità. L’eroina è stata il Vietnam della mia generazione. Guardavamo a David Bowie e Lou Reed, stupendi e tossici. Non si conoscevano i danni delle droghe».

Il rapporto della Spagna con il successo.
«Con il successo mondiale si è creato qualcosa di molto spagnolo: una tremenda invidia. Ci convivo. In Francia sono grati ai loro idoli, in Spagna non ti perdonano il successo. Nessuna stella da noi avrebbe il riconoscimento che avete dato a Raffaella Carrà, i suoi funerali da capo di Stato sarebbero inconcepibili. Ma la Spagna è anche il luogo in cui ho potuto lavorare con totale indipendenza. Se avessi ceduto alle tentazioni di Hollywood, avrei perso la libertà».

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