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Spettacolo

Enrico Ruggeri: “Artisti di oggi vanno giudicati fra 40 anni. Ne sto aspettando uno…”

Enrico Ruggeri: “Artisti di oggi vanno giudicati fra 40 anni. Ne sto aspettando uno…”. Enrico Ruggeri gli artisti di oggi, la carriera, i figli e non solo. Il cantautore milanese si racconta in una lunga intervista rilasciata ai microfoni de ‘Il Corriere della Sera’. Ve ne proponiamo alcuni passaggi.

[…] Cantautore, autore di romanzi. Da dove arriva questo prepotente afflato creativo che molti le invidiano?
«Dalla voglia di raccontare. Io non amo il prossimo mio come me stesso. Però il prossimo mi interessa molto e soprattutto parto dal presupposto che sulla vita di ogni essere umano puoi fare un film, scrivere un romanzo. Insomma, la vita della gente è sempre interessante se la sai leggere. Quindi io racconto storie. Inizialmente l’ho fatto solo con le canzoni poi ho continuato con libri, radio e tv».

[…] A quale personaggio delle sue canzoni è più affezionato? Perché sembra più affezionato ai perdenti?
«C’è più da raccontare nelle sconfitte. Io ho scritto un brano che si chiamava “Ulisse” dove in realtà racconto molto di me e della condizione umana. È un’apologia della curiosità. Ulisse è un personaggio altamente simbolico. In tempi di forza bruta lui vince la guerra con l’astuzia. Allora le battaglie erano delle risse scomposte. Lui trova una via diversa alla vittoria. Poi per fare una manciata di miglia marine ci mette vent’anni. Non ha voglia di tornare dalla moglie. Questa è la verità. Se Omero avesse scritto “Odissea 2” lo avrebbe fatto ripartire. Come del resto immagina Dante».

Enrico Ruggeri: “Ho tre figli e due generazioni in casa”

Si definisca.
«Io sono più malinconico nelle canzoni che nella vita. Quando sono di buon umore esco con gli amici a far baldoria. La canzone è figlia della malinconia. Molti cantautori sono dei gaudenti brillanti come Guccini o Vecchioni, tristi nelle canzoni non nella vita. Cantare la tristezza dà risultati più spettacolari e più teatrali mentre invece il cazzeggio è meno rappresentabile. Se non sei Elio o Rocco Tanica».

[…] Dieci anni fa lei disse: «Ogni mattina incido due o tre canzoni nuove».
«Prima creavo in maniera compulsiva. Adesso con oltre 30 Lp alle spalle pratico una sorta di autocensura. Uno dei pochi vantaggi dell’invecchiare e che l’amore a 20 anni lo racconti in un modo a 40 in un altro e a 60 in un altro ancora. Cambia l’amicizia, cambia il mondo, cambia il rapporto con la morte che io tratto nell’album “Alma” con una canzone intitolata “Forma 21” ispirata da una rappresentazione di Tai Chi fatta da Lou Reed poco prima di morire. Sua moglie Laurie Anderson nota una strana espressione nel suo volto. È capitato anche a me di assistere agli ultimi istanti di qualcuno. Spesso l’ultima espressione è di stupore come dire “sento qualcosa ma non te lo posso raccontare” e questo apre una serie di interrogativi…».

Cosa pensa degli artisti della nuova generazione?
«Gli artisti vanno giudicati in 30-40 anni, altrimenti si prendono delle cantonate enormi. Oggi tendiamo a confondere l’idea con la trovata. L’idea è una cosa che stupisce. La trovata è effimera. Se adesso vado in Corso Garibaldi a recitare una poesia ha un senso. Se ci vado a cavallo vestito da Napoleone a recitare la stessa poesia, questa passerà in secondo piano e avrà una valenza mediatica diversa. Il mascheramento è una trovata, la poesia è un’idea».

Come si distingue una dall’altra?
«Ci pensa il tempo. Che è galantuomo. Vedo Achille Lauro e aspetto».

Vale anche per i giovani critici?
«Quando dei giovani giornalisti mi intervistano sono sopraffatti dall’emozione dell’incontro. Mi fanno 14 domande e ne pubblicano tre. Quelli delle vecchia scuola ti facevano tre domande e ne pubblicavano 7. La critica spesso decideva le sorti di un disco. Oggi la musica è un immenso pagliaio con una serie di aghi nascosti, alcuni più luccicanti di altri. Per un mese sono diademi, poi spariscono».

Enrico Ruggeri: “Artisti di oggi vanno giudicati fra 40 anni”

[…] Lei ha tre figli: Pico, 31 anni, nato dal matrimonio con Laura Ferrato, poi Ugo, 16 anni, e Eva, 11, nati dall’unione con la cantante e autrice Andrea Mirò.
«Ho in casa due generazioni diverse. Pico fa l’agricoltore dopo aver inciso tre album firmati Pico Rama. È molto bravo ma non capace di reggere il clima competitivo e i meccanismi crudeli della discografia. Vive in campagna, è un hippie del nuovo millennio, che sono intelligenti ma non vogliono usare l’intelligenza. Ragionano così: “Se la vita è questa battaglia la rifiuto”. Ugo è il classico sedicenne che ascolta trap e si veste come i gangster. Eva è una undicenne strana che ha letto tre libri di Stephen King, introspettiva, geniale, suona la batteria».

Ha mai pensato come condividere quello che ha imparato?
«Ho insegnato per un anno al Conservatorio Giuseppe Verdi Storia della musica del dopoguerra dal rock agli anni 80. È stato divertente ero il docente più pop».

Dopo tanti anni cosa la emoziona ancora?
«Salire su un palco. Da giovane non ci fai caso, ti senti eterno. A 64 anni ogni concerto è un dono».

Ricordi?
«Una notte a Cork (Irlanda) finale di Eurofestival. Arrivò una funzionaria Rai, Sandra Bemporad, che mi disse: “Mi raccomando, il mio compito qui è evitare che lei vinca. Se vince ci tocca organizzarlo noi”. Anni dopo, concerto con Ornella Vanoni al mattino al parco Ibirapuera di San Paolo, in Brasile: la sicurezza non mi faceva passare, tanto ero sconosciuto. Dopo il concerto ero una stella. Mi hanno scortato».

Che cosa pensa dei Maneskin?
«Finalmente vedo dei ragazzi che, come me agli esordi, passano la vita in cantina a provare e non andare a caccia di follower in Rete».

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