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Don Backy si racconta: “Stavo per morire, devo tutti a un medico. Lite con Celentano? Ecco la verità”

Don Backy si racconta: “Stavo per morire, devo tutti a un medico. Lite con Celentano? Ecco la verità”. Don Backy si racconta, il cantautore toscano, 82 anni, ripercorre le tappe più significative della sua vita privata e professionale in una intervista all’edizione fiorentina de ‘Il Corriere della Sera’. Ve ne proponiamo alcuni passaggi.

«A cinque anni un giovane dottore di un piccolo paese del salernitano, Siani, mi infilò una forbice nel naso fino al cervello. Senza anestesia. “Sta uscendo una secchiata di roba” disse mio padre. Quella “roba” era nella mia testa. Stavo per andare in setticemia e morire. Il dottore disse: il ragazzo se campa, campa, sennò pazienza. Ora ho 82 anni».

Che abbia avuto una vita movimentata, Don Backy, lo sapevamo. Ma fino a questo punto…
«Ero caduto da un muretto e avevo battuto la testa, per una settimana non se ne era curato nessuno. La testa si gonfiò, mi riempii di pus, la febbre a 41. In casa nostra c’erano i tedeschi, siamo durante l’occupazione. E incontrammo questo dottorino a Pecorari, vicino Castellammare, che mi visitò e poi disse a mio padre: se domani è ancora vivo me lo porti a Siani e vedrò cosa posso fare. Distava 7 chilometri. Prendemmo il carretto, l’asino…».

Don Backy si racconta: “Stavo per morire da piccolo”

Cosa è successo?
«Lungo la strada incrociammo un drappello di nazisti in fuga. Ci sequestrarono il carretto, e pure l’asino. Mio padre dovette portarmi a Siani sulle spalle, a piedi».

La guerra ha rischiato di privarci di Don Backy.
«All’epoca ero Aldo Caponi. Ma quella non fu l’unica volta che la guerra ha provato a portarmi via. L’ho passata tutta fra Castellammare e Salerno, la crisi delle concerie di Santa Croce sull’Arno aveva portato mio padre a fare l’emigrante al contrario. Ero un bambino irrequieto e dopo la fine dei combattimenti andavo nella discarica vicino casa dove i camion portavano i resti delle macerie dei paesi bombardati. Noi bambini cercavamo i giocattoli lì».

[…] ha scoperto la musica?
«È successo nel 1957 tutto per colpa del film Senza tregua il rock’n’roll. Mi fece capire in che direzione sarebbe andata la mia vita e ogni sabato andavamo a sentire un complesso al dancing La Sirenetta di Castelfranco di Sotto, i Golden Boys, poi ribattezzati Kiss. Iper-moderni, suonavano anche per gli americani di Camp Darby. Là abbiamo scoperto il magico mondo del jukebox, che a Santa Croce non si erano mai visti: Paul Anka e Frankie Avalon, Tutti Frutti e Be-Bop-a-Lula. Impazzivamo».

Don Backy si racconta: “Il successo è arrivato grazie a una disavventura”

[…] Il successo era ancora lontano.
«La via del successo è arrivata attraverso una disavventura che si è trasformata in fortuna. La disavventura di quello che è tutt’ora il mio amico del cuore, Franco, che si innamorò di una ragazza del paese ma i genitori non volevano, così scapparono di casa. Quel giorno al bar Renata, dove finalmente era arrivato anche il jukebox, il primo di tutta Santa Croce, vedo il figlio di Renata che cambiando i dischi stava levando uno dei brani che io e Franco cantavamo sempre, Tom Dooley del Kingston Trio. No — gli dissi — lascialo. Ma lui: nessuno lo gettona. E io: e dai, lo gettono io. Metto la moneta e arriva l’illuminazione: la canzone era molto simile alla storia di Franco, corsi a casa e presi la mia chitarrina da 6 mila lire comprata a Pisa. Sapevo fare tre accordi, gli stessi ancora oggi… e in una notte nacque La storia di Frankie Ballan. Gli cambiai nome per non creare guai al povero Franco».

Ha portato bene, nel Clan di Celentano?
«Per uno strano gioco del destino, andai a registrarla a Torino. Poi mia sorella una mattina mi disse che sul treno da Pisa aveva letto su una rivista che Celentano cercava nuovi cantanti per la sua casa discografica. “Scrivigli”, mi dice. “Ma figurati se quello piglia me?” rispondo».

[…] E le hanno dato il nome d’arte, Don Backy.
«Ad Adriano non piaceva il nome Aldo Caponi, “non è musicale”. Nemmeno il soprannome Agaton che usavo per suonare nei Kiss. Voleva che mi chiamassi Cocco Bacillo. Cocco per via dello sceriffo di Jacovitti, perché cantavo ballate western. Bacillo perché starnutivo sempre. Rilanciai con “Daniele Baci” perché le ragazze mi avrebbero riempito di baci. Americanizzato in Dan Baci. Ma per omaggiare Don Gibson che cantava I can t Stop Loving You e Don Everly degli Everly Brothers, cambiai in Don Baci. Adriano ci aggiunse la kappa per farlo più “americano”. Il mio nome è nato tra lazzi e frizzi».

Don Backy si racconta: “Lite con Celentano? Lui licenziò tutti”

A Celentano piaceva lo stile western…
«Ricordate Il ragazzo della via Gluck? Un ballata con l’inizio uguale alla mia Frankie Ballan».

Ma non fu per questo che litigaste.
«Le frizioni c’erano già dal ‘65 ma nel ‘68 esplosero con fragore: non mi pagavano quanto mi spettava di diritti d’autore, ma solo un decimo. Adriano licenziò tutti, dal fratello all’impiegato, assunse altra gente tra cui lo zio della moglie e le cose andarono anche peggio. Quando andai a Sanremo con L’Immensità avevo il contratto in scadenza, e sbagliai a dirgli che me ne sarei andato».

Però, tutto sommato, anche la seconda parte della sua vita è stata ricca di soddisfazioni.
«Ho scritto libri, girato film, ho fatto teatro, ho disegnato fumetti. Se fossi rimasto nel Clan magari non avrei fatto niente di tutto questo».

Anche la vita privata, in quell’anno di rottura, è stata importante.
«Io e mia moglie stiamo ancora insieme da allora. Mio figlio Emiliano ha 53 anni e ha un negozio di sigarette elettroniche. Per fortuna non ha fatto il cantante: pensiamo ai figli dei Pooh, di Albano, di De André, quando hai l’ombra del babbo addosso spesso è un problema. E poi mio figlio è parecchio stonato, non avrebbe potuto cantare. Somiglia alla mamma».

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