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Spettacolo

Renato Zero: “Io molestato da bambino. Costumi? Amo i napoletani perché hanno firmato un patto con la vita”

Renato Zero: “Io molestato da bambino. Costumi? Amo i napoletani perché hanno firmato un patto con la vita”. Renato Zero molestato da bambino, il cantautire romano, 72 anni, si racconta a tutto tondo in una intervista a ‘Il Corriere della Sera’. Ve ne proponiamo alcuni passaggi.

[…] In 72 anni ne avrà viste parecchie.
«Alla fine dei Sessanta ho anche aperto il concerto di Jimi Hendrix al Brancaccio. Ballavo insieme ad altri sette. Abbiamo allargato le braccia verso il fondo della scena ed è entrato questo riccioluto che mordeva le corde della chitarra senza prendere la scossa, non capivo come fosse possibile».

Come ricorda quegli anni?
«Più stavi in giro e più accadevano cose. Avevamo questa attitudine all’aggressione del marciapiede, della porta di un impresario, rispondevamo alla chiamata alle armi di musicisti che una volta cercavano un batterista, una volta un bassista. Le idee si mescolavano. Poi sono arrivati i computer e si è stravolto tutto. Qualcuno è convinto che mettersi davanti a un Pro Tools sia una vittoria. Io credo sia una sconfitta perché ti allontani dall’umano, dalla stanchezza fisica, mentale, dall’andare a cercare l’ispirazione».

Renato Zero: “Io molestato per strada da bambino”

[…] Nel ’73 «No! Mamma, no!», album d’esordio. Con trucco e lustrini si scagliava contro conformismo e aborto, esaltando la fantasia.
«Quel disco annunciava che sarei stato uno dalle mille facce. La maschera era un elemento di greci e latini, la preferivano alla diplomazia, al falso istituzionale, perché dava vita a un gioco in cui si può mettere alla prova l’intuito. Quando vedo uno che non riesco a decifrare mi viene voglia di guardargli dentro per capirlo. Io dell’apparenza sono stato vittima ogni volta che mi volevano affibbiare un’etichetta solo perché guardavano la confezione. Il bisogno fa l’uomo ladro. Quando hai fame, di qualsiasi cosa, ti fai lucertola, pachiderma, scimmia. Amo i napoletani perché hanno firmato un patto con la vita: non sono gelatinosi, statici. Dovessi presentare un italiano all’estero manderei un napoletano».

L’anno dopo, in «Qualcuno mi renda l’anima» affronta il tema della pedofilia.
«La gente mi diceva: Perché parli dei pedofili se non ci sono? Spesso per scrivere le mie canzoni si accendono le foto della memoria. Un giorno mi trovavo a piazza Augusto Imperatore con la retina per le farfalle e il mio cane. Un signore con la patta sbottonata mi chiese: “perché non vieni qui a prendere le farfalline?” Immagini un bambino che assiste a una cosa del genere… Il Renato adulto porterebbe quel signore al commissariato».

[…] Dopo il successo di «Mi vendo», fonda una sua etichetta. Perché?
«La mia libertà l’ho pretesa. Se sei padrone del tuo lavoro nessuno può pilotare il tuo pensiero e la tua personalità. Lucio Battisti diceva: se vuoi l’opera devi prendere l’opera, non il surrogato. La vedova Grazia Letizia difende questa posizione ed è l’unica che può tutelarlo. Lucio pranzava alla mensa della Rca, da solo, non amava fare comunella con i dirigenti. Ma ogni volta che mi vedeva mi invitava al suo tavolo. Si confidava. Il suo pensiero l’ho assimilato. La sua volontà di appartenersi l’ho sposata. Se prima stavo sulle palle ai discografici, a un certo punto ho smesso di sopportarli io».

Renato Zero: “Amo i napoletani perché hanno firmato un patto con la vita”

Come affronta il palco?
«Fisicamente non seguo regole. Ma per uno come me che gioca a scopone scientifico, scopa, tresette almeno i polpastrelli sono esercitati — ride — La concentrazione è un’altra cosa. Quando stai lì il distacco dall’emozione è sempre complicato. Ogni volta che canti un brano ricordi il vecchio furgone che ti portava in giro, quando da solo caricavi gli strumenti. E poi ti chiedi se sei piaciuto, se il disco vende… ».

[…] Con Raffaella e Corrado prese parte a Fantastico 3 in Rai. Come andò?
«Ho sempre avuto forti sospetti sulla Rai perché un’azienda che chiede il canone, si dice pubblica ma non lo dimostra. Volevano far vedere che erano avanti, comprendevano i cambiamenti, li favorivano. Pensarono a me per quel Fantastico come al bel funerale di un artista scomodo. Io, invece, volevo dimostrare che non era solo un gioco di colori, forme e provocazioni, ma c’era forse dell’altro nella mia presenza».

Non ha una grande opinione della tv?
«Ha perso identità, viene schiaffeggiata dall’approssimazione. Nel ’54 ne avevamo una. Marca Admiral. Uno scatolone con le manopole, che friggeva da mattina a sera perché non c’era quasi niente da guardare. Poi si accendeva e vedevi Giancarlo Cobelli che faceva il mimo, Pasolini, il maestro Alberto Manzi, i reportage di Mario Soldati in un Paese che sembrava essere il luogo delle favole, con tutta l’ignoranza di cui l’Italia era padrona ma con la forza di voler crescere perché c’era una nazione da ricostruire».

[…] Com’è Renato Zero oggi?
«Non ho infilato pantofole e vestaglia, non ho mai accettato che l’altra piazza del letto fosse abitata. Però amo, non sono vedovo. Quando esco di casa sono a casa, parlo con la vecchietta, il ragazzino. Qualcuno adesso mi chiama pure maestro… sono stato promosso».

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