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Francesco Montanari: “Sorrentino o Garrone non mi chiamano? Forse per un motivo. Con Andrea Delogu niente strascichi”

Francesco Montanari: “Sorrentino o Garrone non mi chiamano? Forse per un motivo. Con Andrea Delogu niente strascichi”. Francesco Montanari su Sorrentino Garrone, Andrea Delogu e non solo, l’attore romano, 38 anni, si racconta parlando di sentimenti e lavoro in una intervista a ‘Vanity Fair’. Ve ne proponiamo alcuni passaggi

[…] La rottura del suo matrimonio con la conduttrice Andrea Delogu risale a meno di due anni fa.
«Mi è capitato in tutte le mie storie importanti. In amore c’è una fase di avvicinamento in cui si progetta la vita insieme all’altro, nonostante le difficoltà che possono capitare. Quando poi si subisce un trauma forte, inizia un percorso di dolore, che segna un progressivo allontanamento. A un certo punto si comincia a vagliare la possibilità di un’esistenza senza l’altro e lì si è chiamati a decidere. Io il dolore l’ho sempre attraversato fino in fondo, per questo, quando mi sono lasciato, non ho mai avuto strascichi».

Da un po’ di tempo, infatti, ha iniziato una nuova relazione con Federica Sorino, che di mestiere fa la psicologa. Come vi siete conosciuti?
«Ci hanno presentato amici comuni. Sono molto innamorato».

Progetti per il futuro?
«Abbiamo intenzione di costruire un nostro nucleo famigliare. Anche se famiglia lo siamo già, io e lei».

Pensate a un bambino?
«Sì».

Che padre vorrebbe essere?
«Uno in grado di fornire un sostegno continuo, improntato sull’ascolto e la comprensione delle necessità di mio figlio».

Lei che figlio è stato?
«Bravo, credo. Ero studioso ed educato».

E buono?
«Buono non lo so. Vede, io ho sempre cercato di non deludere. Dicevo sì a tutti solo perché ero incapace di dire no. Performavo la bontà perché gli altri la riconoscessero ma, sotto sotto, io buono non mi ci sono mai sentito».

È stato un bambino felice?
«A tratti. Poi ho cominciato a percepire una sofferenza sotterranea».

Dovuta a che cosa?
«Non lo so, francamente. Vengo da una famiglia normalissima, benestante, dove c’è sempre stato molto dialogo. Ma sa, un genitore come la fa la sbaglia perché inevitabilmente interagisce con un essere che è diverso da lui. Questa discrepanza genera una ferita primaria: ognuno ha la sua e ognuno cerca di curarla a modo suo».

Francesco Montanari: “Sorrentino o Garrone non mi chiamano? Forse per un motivo”

Lei come l’ha curata?
«Per anni mi sono anestetizzato».

Prego?
«Non ho mai preso droghe, per paura più che per perbenismo. Ma la recitazione per me è stata una droga. Una fonte inesauribile di adrenalina che mi ha permesso di allontanarmi da ciò che mi faceva male».

Si è sentito poco amato?
«Non direi. Ora sto imparando a non fuggire più, e a sostarci nel dolore. Così magari lo capisco. Scrivere mi aiuta».

[…] Oggi con i suoi genitori che rapporto ha?
«Costruttivo. Quando ci chiediamo “come stai” è un come stai vero, non formale».

Come è stato, davvero, quando nel 2018 ha vinto la Palma d’Oro a Cannes come miglior attore per la serie Il cacciatore e nessuno ne ha parlato?
«Sono rimasto stupito, negativamente si intende. Forse ho pagato lo scotto del pioniere perché quella era la prima edizione di Canneseries, il festival dedicato alle fiction. Infatti non c’era nessuna testata italiana durante la cerimonia. O forse semplicemente c’è ancora un po’ di snobismo da parte del mondo del cinema verso chi fa televisione».

Motivo per cui i grandi registi come Sorrentino o Garrone ancora non l’hanno chiamata?
«Forse dovrei vincere Cannes Cinema per farmi notare da loro».

Ma come può vincerlo se non prende parte a un film d’autore?
«Esatto, sono nella situazione in cui il cane si morde la coda. A un certo punto, però, ho dovuto fare una scelta: abbattermi nel “non mi è riconosciuto ciò che mi merito” o usare questa amarezza in senso costruttivo».

Ha optato per la seconda.
«Sì, ho detto: “Siccome non mi chiamano i maestri, lavoro per crearmi da solo le possibilità che loro non mi offrono”».

Come?
«Scrivendo tanto, con il mio migliore amico Alessandro Bardani ideiamo un’infinità di soggetti, e accettando la direzione artistica del Teatro di Narni, insieme a un altro amico, Davide Sacco. Dirigere un teatro significa produrre, distribuire, assumersi le responsabilità degli spettacoli che porti in scena».

Significa avere potere.
«Sì, un potere inteso come possibilità. Vede, nel mio ambiente non basta semplicemente fare bene l’attore. Perché sei inserito in uno star system che decreta se il film o la serie a cui prendi parte è cool oppure no. Se è cool ti si apre un ventaglio di possibilità. Se non lo è, le possibilità si riducono. Morale: devo lavorare per scolpirmele da solo queste possibilità».

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