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Malika Ayane: “Io discriminata a Milano da piccola. Trap? È un genere che nasce come manifestazione di un disagio”

Malika Ayane: “Io discriminata a Milano da piccola. Trap? È un genere che nasce come manifestazione di un disagio”. Malika Ayane discriminata a Milano da piccola, è la stessa cantante italo marocchina, 38 anni, a raccontare la sua adolescenza nel capoluogo lombardo in una intervista a ”7″ de ‘Il Corriere della Sera’. Ve ne proponiamo alcuni passaggi.

[…] nel 1997 aveva cantato alla Scala, scelta da Riccardo Muti.
«Ho studiato al Conservatorio. Era la scuola di più alto livello, ma anche la più democratica. Pagavo 150 mila lire l’anno. Avevamo il noleggio degli strumenti a lungo termine. Era accessibile a tutti. Una scuola pubblica nel senso più alto del termine. Anche questo è Milano. Opportunità».

Ragazza di periferia. Madre italiana e padre marocchino. Ha mai sentito il pregiudizio.
«Non al Conservatorio, anche se lì ero palesemente un pesce fuor d’acqua. Era stato peggio prima».

Alle elementari?
«Lì ho visto la perfidia nell’uso del termine marocchino. Si mettevano note in classe per questo. Come al solito, paradossalmente, in una realtà più ristretta e periferica chi viene da fuori può sembrare minaccioso».

In che Milano è cresciuta?
«Una città in cui convivono tante realtà parallele e intrecciate».

Quali ha attraversato?
«Il mio quartiere di periferia. Il Conservatorio in centro. La prima casa da sola in piazza Abbiategrasso, dove c’era il Sert per i tossicodipendenti e un enorme scavo che poi sarebbe diventato il metrò. La stanza in una casa condivisa con due ragazzi venezuelani che cercavano la loro avventura, un parrucchiere, un culturista. Gli amici jazzisti che iniziavo a frequentare. Poi la Milano notturna, come barista a Le Trottoir. Diversi mondi, uno dopo l’altro, uno insieme all’altro».

Malika Ayane: “Io discriminata a Milano da piccola”

[…] Sua figlia ha 17 anni. Che Milano è la sua?
«Totale assenza di pregiudizi. Molto trasversale. Anche “delocalizzata”. Quando ero una ragazzina, si andava tutti al cinema e far le vasche in centro».

Oggi invece?
«Vivono e passano tra quartieri diversi, più indipendenti dal centro, interessanti. I ragazzini maneggiano la città, se ne sentono parte, la vivono come fosse loro, la scoprono».

Da madre, cosa le fa paura?
«La vacuità. Vedo i butta-dentro dei locali, i ragazzini di 15 anni rovinati di alcol. Mi dispiace».

Avrebbe detto lo stesso quando l’adolescente era lei?
«Una “ciocca” brutta se la sono presa tutti. Non sto facendo la morale».

Qual è il punto?
«Che il chupito a 2 euro non può essere l’unico focus, come se fosse scontato che le serate a quell’età debbano andare così. Mi piacerebbe che ci fosse altro intorno».

Cosa invece le dà fiducia?
«Che se hanno uno stimolo, i ragazzi smentiscono tutto quanto abbiamo appena detto. Se diamo un segnale alla loro esistenza, l’ultima cosa che vogliono fare è stordirsi».

Malika Ayane: “Trap? È un genere che nasce come manifestazione di un disagio”

Si riesce a dare stimoli?
«Mia madre lavorava tantissimo. Io potevo essere una disgraziata. Di certo ho molto più tempo per dare continui input a mia figlia. E poi io ho conosciuto Internet degli albori. Ora con lei ci scambiamo i podcast. È proprio un altro mondo».

Milano è anche un po’ capitale della musica trap. E delle recenti derive criminali di molti artisti ragazzini. Che messaggio mandano ai loro coetanei?
«Guardiamo più indietro. Per origine, quel genere nasce come manifestazione di un disagio».

[…] L’industria musicale lo sta alimentando?
«Ora la trap, prima i talent. Anche nell’industria musicale c’è uno sfruttamento commerciale che tende a spolpare rapidamente. Forse servirebbe un po’ più di educazione all’ascolto».

Alcuni nuovi trapper sembrano più personaggi crime che musicisti.
«È abbastanza scontato, per ogni artista che emerge, ce ne sono tanti altri che provano a sfruttare la moda del momento»

[…] Quanto conta il coraggio di cambiare?
«Ogni esperienza, per definizione, è transitoria. La affronto con il massimo impegno e la massima intensità, ma senza solennità, senza pensare che il mondo giri intorno a quel che sto facendo in quel momento. Anzi, penso a cosa farò dopo».

In che ambito si vede di più?
«Nell’evadere dall’abitudine costante, e molto italiana, di incasellare sempre tutto, a volte in modo forzato».

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