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Bruno Vespa: “Errori? Uno mi è stato rinfacciato per anni. Io vivo per miracolo, stavano per uccidermi”

Bruno Vespa: “Errori? Uno mi è stato rinfacciato per anni. Io vivo per miracolo, stavano per uccidermi”. Bruno Vespa sugli errori e non solo, il giornalista e scrittore, 68 anni, si racconta ripercorrendo le tappe della sua lunghissima carriera in una intervista a ‘Il Corriere della Sera’. Ve ne proponiamo alcuni passaggi.

Aveva cominciato a 16 anni come corrispondente del «Tempo dell’Aquila», come arriva il sacro fuoco del giornalismo?
«Al Circolo del tennis, avevo 15 anni, un pregevole latinista mi propose di collaborare a un giornale dialettale. Non sapevo scrivere in aquilano e composi noiosissimi articoli sui concittadini che avevano dato i nomi alle strade. L’anno dopo, cominciai col Tempo. L’emozione del primo stipendio fu enorme: cinquemila lire»

Quante erano cinquemila lire nel 1960?
«Per me, un miliardo. Ricordo ancora il cassiere del Banco di Napoli che contava i biglietti da mille: vestito, come usava, da lord, col panciotto e i gemelli d’oro. Quell’anno, c’erano le Olimpiadi a Roma e, all’Aquila, si disputavano gare ultraminori, così iniziai a collaborare gratis con Radio Rai. Ogni mezz’ora, dovevo raggiungere un enorme telefono nero, chiamare quello che sarebbe diventato Tutto il calcio minuto per minuto e dire: Ghana 1-Costa Rica 0».

La direzione del Tgl arrivò nel 1990. Momenti topici della carriera?
«Il battesimo del fuoco già pochi mesi dopo l’assunzione. Il 12 dicembre ‘69, ero a Palermo per la strage mafiosa di Viale Lazio, quando dal Tg mi dissero: torna, hanno messo una bomba a Milano a Piazza Fontana. Da lì, annunciai l’arresto di Pietro Valpreda definendolo “il colpevole”, cosa che giustamente mi è stata rinfacciata per decenni. Però, se lei sui giornali dell’epoca trova un “presunto”, le mando un fascio di rose».

E perché se la presero tanto solo con lei?
«In tutti questi anni, se la sono presa con me per le ragioni più disparate. Lì, comunque, poco prima della diretta, ebbi la notizia dell’arresto dal direttore Villy De Luca, andai dal questore Giuseppe Parlato, che si rincantucciò sotto la scrivania, e dissi con l’arroganza di chi ha 25 anni: o adesso o mai più. Mi rispose: mi faccia parlare col ministro. Uscì e anche lui disse: abbiamo arrestato il colpevole. Mi affidarono anche la politica, fatta senza leggere appunti per renderla più discorsiva. Però, ero piuttosto fumantino e, fino al ‘76, mi fu vietato di avvicinarmi alla Dc per paura di grane».

Bruno Vespa: “Errori? Uno mi è stato rinfacciato per anni”

[…] Altre reazioni fumantine?
«Mariano Rumor, ministro degli Esteri: torna da un viaggio e il suo portavoce mi dà un foglio con le domande. Dissi no, ma alla fine, lessi le domande fuori campo, tornai alla Rai, le tolsi, unii le risposte e uscì una cosa totalmente priva di senso. Rumor se ne scusò moltissimo. Dal 1976, fu il direttore Emilio Rossi ad affidarmi la Dc. Il lancio vero me lo diede l’omicidio di Aldo Moro, purtroppo».

Annunciò lei sia il sequestro che il ritrovamento del corpo.
«Non ci volevo credere: era impensabile che qualcuno avesse fatto violenza a quell’uomo intangibile e l’avesse ucciso. Rimasi in onda dalle 9,30 del mattino alle due di notte. Anche il Pci ci riconobbe il merito di aver tenuto insieme l’Italia. Ugo La Malfa e Giorgio Almirante volevano la pena di morte per i terroristi, ma demmo la sensazione che il Paese tenesse e invece, purtroppo, al vertice, non teneva affatto».

[…] Negli anni di piombo, ha mai temuto per la sua incolumità?
«Non l’ho mai raccontato, ma ci fu un episodio negli anni ‘80… Tornavo a casa, pioveva e lasciai l’auto al portiere per portarla in garage. Molto tempo dopo, lui mi confessò d’aver visto due uomini armati, uno aveva detto: non è lui. Il padreterno mi ha messo mano sulla spalla».

[…] Lei da che infanzia e famiglia viene?
«Normale, con una mamma bravissima maestra elementare e un padre rappresentante di commercio. Non mi è mai mancato niente e ho sempre frequentato persone più brave di me, per cui, non ho mai provato l’invidia».

[…] È contento che il più grande dei suoi due figli, Federico, faccia il giornalista?
«Mi spiace che per lui ci sia un tetto di cristallo. Temo sia vero ciò che ha scritto Maurizio Costanzo: usando uno pseudonimo, lavorerebbe di più. Eppure, in Rai, i “figli di” non mancano».

Proprio Federico, ha raccontato che, la sera, davanti alla tv, «le fa i grattini sulla pelata perché anche lei ha bisogno di affetto».
«Nessuno sa che sono romanticissimo, affettuoso e, che, ci mancherebbe altro, anch’io ho bisogno di affetto».

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