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Spettacolo

Nino D’Angelo: “La povertà mi ha insegnato una cosa. Mamma morta il dolore più grande. E la felicità…”

Nino D’Angelo: “La povertà mi ha insegnato una cosa. Mamma morta il dolore più grande. E la felicità…”. Nino D’Angelo sulla povertà e non solo, il cantante e attore napoletano, 65 anni, ripercorre le tappe più significative della sua vita privata e professionale, in una intervista a ‘La Repubblica’. Ve ne proponiamo alcuni passaggi.

Nella Divina commedia dove si colloca?
«Non mi vedo in un inferno, non sono cattivo. Il paradiso mi piacerebbe. Un poeta – anche uno che non sa parlare, come me – che scrive d’amore va verso il paradiso».

[…] Dolore e gioia più grandi?
«Il dolore, la morte di mamma: era tutto, ho avuto tre anni di depressione. La gioia è la nascita dei figli e quella dei nipoti. Amo la famiglia, la difendo con i denti, sono sposato da 43 anni con la stessa donna. La felicità sulla terra sono i tuoi figli realizzati».

E l’inferno sulla terra?
«Troppi poveri e pochi ricchi con tutti i soldi. Per i poveri non si fa nulla. Li si abbandona in fuga dalle guerre. Contano solo quando devono votare, si va nelle periferie per accaparrarsi i voti di chi non ha diritto alla scuola. La cultura è come l’aria e a loro fanno mancare l’aria. Io sono uno di loro, ma ho avuto persone da cui ho imparato».

La povertà e difficile da vivere.
«Può essere poetica ma è difficile. Ero più contento della bici che mi comprava papà che ora che mi posso comprare la Ferrari. La povertà insegna che per essere felici basta poco. Sono stato fortunato: avevo passione, talento, mi chiamavano alle feste, il disco che ha venduto tanto prodotto con una colletta. Facevo le sceneggiate, Merola mi definì il suo erede ma era inarrivabile: m’ inventai il pop napoletano, Nu jeans e ‘na maglietta ».

I film con cui è cresciuto?
«Da ragazzino Franco e Ciccio, poi quelli con Gloria Guida, Edwige Fenech. Fellini, Scola, Leone: C’era una volta in America è struggente, Nuovo cinema Paradiso poesia pura. Sono partito dai musicarelli cuciti sulle mie canzoni, mi hanno dato popolarità. Il cinema non fu amore a prima vista, il set è duro. Ricordo il primo giorno di lavoro con Regina Bianchi: ero stanco, facevo dieci matrimoni al giorno, non sapevo la parte. Che fatica all’alba, il caschetto perfetto, due ore di trucco. Ma la licenza d’attore è arrivata con Il cuore altrove di Pupi Avati, mi ha insegnato tanto».

E “Tano da morire”.
«Vinsi David e Nastro cancellando il pregiudizio degli anni Ottanta. Il David me lo diede Sordi con una carezza, “bravo”».

Alla Festa Pennac porta “Ho visto Maradona”, lei gli ha dedicato un brano, “Il campione”.
«Che dolore la sua morte. Ha fatto errori grandi che ha pagato con la vita. Veniva da una famiglia povera, ci siamo riconosciuti. Mi volle conoscere perché in città aveva visto i manifesti “A Napoli tre cose stano belle, Nino d’Angelo, Maradona e le sfogliatelle”. A fine mese esce il video di Campione girato da mio figlio Tony».

[…] A se stesso ragazzino cosa direbbe?
«Credi nei sogni e vai a scuola. Un diritto che non ho avuto, a 13 anni aiutavo papà. Lo studio serve a non andare dietro al branco».

Per essere “il poeta che non sa parlare” se la cava bene
«Eh, ma quanti congiuntivi sbaglio?».

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