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Castellitto: “Fiction Dalla Chiesa? Un successo che vale doppio, soprattutto per un aspetto. E sui miei figli…”

Castellitto: “Fiction Dalla Chiesa? Un successo che vale doppio, soprattutto per un aspetto. E sui miei figli…”. Sergio Castellitto e la fiction Dalla Chiesa, ma non solo il generale che ha sconfitto le Brigate rosse, l’attore porta in scena, a Firenze, anche Zorro, un testo scritto dalla moglie Margaret Mazzantini. Ne parla in una intervista rilasciata all’edizione fiorentina de ‘Il Corriere della Sera’. Ve ne proponiamo alcuni passaggi.

[…] Nella solitudine di Zorro c’è una grande libertà.
«Libertà che a me, uomo cosiddetto “normale” e sicuramente privilegiato, non è concessa. Poi c’è la preziosità del tempo, di uno spazio senza cornice. In un passaggio del testo, dice: «Per me la vita è un giorno dall’alba al tramonto» ogni giorno un’esistenza, una vita che scorre tra il sole e la luna. Oltre la metafora poetica, dietro c’è senz’altro l’ombra della solitudine, del dolore, della sconfitta, ma il testo, a tratti quasi clownesco nella sua genialità, riesce a farlo sempre svincolare dalla tristezza».

[…] Zorro è libero nel dire quello che pensa, sempre.
«Ed è tanto, se non tutto. Nella tradizione teatrale classica la verità la dice il matto, il clown. La dice solo chi può permettersi di dirla. Noi “cormorani”, come ci chiama lui, siamo costretti costantemente a dissimularla, nasconderla, metterla sotto codice. Il suo “osservatorio” è disincantato, e si scioglie con naturalezza nel raccontarsi. È un testo quasi allegro, nella sua drammaticità, leggero».

[…] A lei è mai venuta voglia di disancorarsi dal quotidiano?
«Faccio un mestiere che mi permette di nascondermi sempre dietro le vite degli altri. È un lavoro di fantasia e immaginazione, che gli altri mestieri non prevedono. Per questo sono un privilegiato, ma spesso anch’io ho avvertito la voglia irrefrenabile di allontanarmi dai doveri».

Castellitto: “Fiction Dalla Chiesa? Un successo che vale doppio”

Tanti i ruoli che ha interpretato, figure significative che hanno raccontato l’Italia.
«La gioia è nell’offrire delle storie, esserne il testimone, raccontarle a chi c’era e a chi deve ancora sentirle. Il riscontro per la fiction su Carlo Alberto Dalla Chiesa è stato molto positivo, anche da parte delle nuove generazioni. È un buon segno, significa che c’è voglia di sapere, bisogno di conoscere. Questo tipo di successo per me vale il doppio».

Restiamo sulle nuove generazioni, coi suoi figli: Pietro con le sue opere prime, tra regia e scrittura, ha avuto un bel successo. Maria esce col suo primo romanzo. Poi Anna, Cesare. Insomma, la poliedricità è il risultato dell’avere una bella stoffa.
«Gli abbiamo dato una grande libertà, e mi pare che questa carta se la stiano giocando in modo consapevole, responsabile e creativo. Il loro percorso è molto diverso dal nostro, per ovvi motivi generazionali e di vissuto. Siamo felici, soprattutto di non avere figli replicanti di quanto abbiamo fatto, o stiamo facendo noi. Ci lega un amore profondo, e spesso sono io a imparare».

Qual è l’ultima cosa che ha imparato?
«Certi modi d’avvicinarmi alla vita».

E lei com’era a trent’anni?
«Ansioso, nevrotico, costantemente preoccupato e in allarme. Poi per fortuna è andata bene, e ho dimenticato quegli stati d’animo in salita, ma continuo a costruire».

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