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Edwige Fenech: “Fellini? Non mi amava per un motivo. Io usata ma faceva comodo. Non sono quella delle docce”

Edwige Fenech: “Fellini? Non mi amava per un motivo. Io usata ma faceva comodo. Non sono quella delle docce”. Edwige Fenech, Fellini, le docce e non solo. L’attrice franco italiana, 74 anni, torna sul grande schermo nel nuovo film di Pupi Avati e per l’occasione parla anche del passato in una intervista a ‘Tv Sorrisi e Canzoni’. Ve ne proponiamo alcuni passaggi.

[…] C’è grande curiosità per questo ruolo.
«Speriamo che il film la soddisfi! L’ho girato con entusiasmo, perché sognavo di lavorare con Avati. Di sicuro la gente non può immaginarmi nel ruolo di Sandra, una donna che ha fallito».

Il titolo di questo film, lungo e un po’ bizzarro, è in linea con quelli di certi suoi “classici”: “5 bambole per la luna d’agosto”, “Il tuo vizio è una stanza chiusa e solo io ne ho la chiave”, e poi, certo, “Quel gran pezzo dell’Ubalda tutta nuda e tutta calda”, “Giovannona Coscialunga disonorata con onore”…
«Alcuni erano giusti e non li ho mai trovati strani. Per la “Ubalda” e cose del genere, invece, mi arrabbiavo così tanto che non andavo neanche a vedere il film. Non ci dormivo! È chiaro che anche quei titoli hanno contribuito alla mia fortuna ma non corrispondevano al film».

Non vide la “Ubalda”?
«Non ho visto neanche “Giovannona” e tanti altri. “L’Ubalda” l’ho visto molti anni dopo, in tv, a casa mia, da sola. Mi convinse una recensione di Walter Veltroni che scrisse di me cose meravigliose. Devo dire che da allora l’ho amato moltissimo».

Quale tra i suoi film vorrebbe rivedere ora?
«Tanti! Di sicuro “Il ladrone” di Pasquale Festa Campanile. Prima ancora che mi chiamasse per interpretare la prostituta Deborah, avevo già letto e adorato il suo libro. Lo rileggerei anche adesso».

Le dico un’altra parola: doccia. Le famose docce della Fenech…
«Non capisco perché si parli solo delle mie docce. Guardi, erano situazioni di una tale pulizia che mi dico che non ho fatto proprio nulla. Già all’epoca c’erano scene che mostravano ben altro e sono felice di non averle mai girate».

Glielo hanno mai chiesto?
«Mai. Sapendo che già le docce erano una tortura, nessuno l’avrebbe fatto».

Edwige Fenech: “Fellini? Non mi amava per un motivo”

È vero che Federico Fellini giudicò eccessiva la sua bellezza per il ruolo di Gradisca in “Amarcord”?
«Non ero troppo bella, ma troppo giovane. Avevo poco più di 20 anni e non potevo interpretare una donna così navigata. Il ruolo andò alla meravigliosa Magali Noël, ma io ho passato tre mesi con il grande Maestro, mentre costruivano le scenografie del film, l’ho visto creare il grande trucco del mare, l’ho ascoltato parlare con i geniali lavoratori di Cinecittà…Sono fiera di aver passato tutto quel tempo nella testa di Fellini. Io avevo appena girato “L’Ubalda” e lui mi prendeva in giro perché la sua cuoca si chiamava Ubalda: per lui, lei era l’Ubaldona e io l’Ubaldina. Non ero il tipo di donna “tanta” che lui amava, non ero così prorompente».

Qui si riscrive la storia.
«Magari sono abbastanza alta con il mio metro e 71, ma ho sempre avuto un corpo minuto, un seno sviluppato ma nella media. Sullo schermo, però, sono sempre sembrata molto più “grande”. È che l’occhio della macchina da presa o ti ama o non ti ama: di me si è innamorato in modo molto “morbidone”».

Edwige Fenech: “Io usata ma faceva comodo a me”

Si è sentita adoperata?
«Sì, ma mi faceva anche comodo».

[…] lei ha fatto anche la produttrice. All’inizio la trattavano come “quella delle docce”?
«Per me è stata dura sempre. Anche quando ho prodotto lavori che hanno aperto strade nuove. La serie “Delitti privati”, che andò su Raiuno nel 1993, è stato il primo giallo “di provincia”: dopo ne hanno fatti caterve. Tempo dopo, ci ho messo due anni per fare “Commesse”, la prima serie incentrata solo su donne (in onda dal 1999 su Raiuno, ndr): tutti dicevano “le donne in tv non funzionano”. Ma io la volevo fare e andavo contro tutto e tutti».

[…] Mai sognata Hollywood?
«Mi hanno chiamato un po’ di volte. La prima ero molto giovane e mi proposero un contratto per sette anni. Mi avrebbero insegnato a fare tutto, perfino a suonare il pianoforte coi piedi. Sarebbe stata una scuola meravigliosa, se uno non avesse avuto una famiglia. Ma io non riesco a stare lontana dalla mia famiglia: pensi che mia madre Yvonne, che ha 95 anni, oggi abita con me. È stato americano “Hostel: Part II”, l’ultimo film del 2007 che avevo fatto prima di questo con Pupi Avati. È un thriller e io lo amo: mi hanno chiamato Quentin Tarantino, che lo produceva, e il regista Eli Roth, che mi voleva come protagonista. E invece ho accettato di girare solo per un giorno, per amicizia. Ecco, è una scelta di cui mi sono pentita: oggi lo farei tutto».

Com’è nata l’avventura con Avati, invece?
«Mi ha telefonato, mi ha raccontato la storia e non l’ho lasciato finire di chiedermi se volevo essere Sandra: ho detto subito “sì”. Aspettavo da anni un personaggio così: non per la persona Edwige Fenech, ma per l’attrice Edwige Fenech».

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