Leonardo Manera: “Cognome? Cambiato perché non era adatto. Io fascista? Lo dicono perché vivo a Salò”. Leonardo Manera sul cognome, le voci che lo danno per fascista, e non solo. Il comico e conduttore radiofonico lombardo, 57 anni, si racconta in una intervista a ‘Il Corriere della Sera’ della quale vi proponiamo alcuni passaggi.
Leonardo Antonio Bonetti racconta che la scelta di convertirsi in Manera risale all’età di diciassette anni, quando faceva il prestigiatore “comico” e non riteneva che il cognome Bonetti fosse adatto. Spiega: «Mio fratello leggeva i fumetti di Milo Manara: adottai quel cognome e lo modificai in Manera, vagamente spagnoleggiante. Non l’ho più abbandonato».
Nel panorama della comicità italiana, si definisce atipico. Afferma infatti: «Sono atipico: a volte negli spettacoli esulo dagli schemi normali, essere originale è un mio pregio. Nelle prime edizioni di Zelig entravo in scena ostentando amarezza e Claudio Bisio mi sfotteva con “Ecco a voi Leonardo “energia pura” Manera”».
A proposito di ciò che serve per far ridere, sottolinea la necessità di mettersi a nudo e stabilire un contatto diretto con il pubblico: «Occorre, metaforicamente, denudarsi, dando l’impressione di credere nelle cose che si dicono e stabilendo un contatto col pubblico, senza la cosiddetta quarta parete. Bisogna poi osservare la realtà: alimenta sempre gli spunti comici».
Quando si parla dei suoi personaggi, che a volte paiono dei perdenti, Manera riflette su se stesso. Dice: «Un comico rielabora le caratteristiche personali. Io prendo anche la parte più sottotono di me e la rivisito. Sono un tipo allegro oppure no? Dipende dai giorni, come succede a tutti».
Leonardo Manera: “Cognome? Cambiato perché non era adatto”
In merito ai rapporti con i colleghi, chiarisce che l’ambiente non è fatto di rivalità ostili: «Coltelli tutto sommato no: ci sono comici più amici, come il Mago Forest — uno dei primi colleghi conosciuti —, Flavio Oreglio, Alberto Patrucco, Diego Parassole, e altri con i quali ho solo condiviso serate, pur avendo buoni rapporti».
Nato a Milano e trasferitosi a Salò, confessa di essere stato spesso frainteso per via della fama storica della cittadina: «Sì, spesso: tanti associano Salò al Fascismo. In realtà la Repubblica Sociale di Salò ospitava giusto un’agenzia postale, dalla quale partivano i dispacci del Duce, e, se non erro, uno dei Ministeri. Mussolini e il governo stavano più in su, a Gargnano. A Salò si vive bene: da una parte del golfo c’è il centro storico, dall’altra, ben visibile, c’è il cimitero. Fin dalla nascita sai che prima o poi finirai là e questo ti regala realismo».
Tra i suoi personaggi, il più caro è uno dei primi, ma non è l’unico che ricorda con affetto: «A uno dei primi, Vasco il ventriloquo: aveva problemi personali, quando andava a lavorare gli tiravano sempre qualcosa negli occhi. Ma non scordo il mimo Mimmo, il depresso che invia “Un saluto festoso a tutti”, l’alienato che ripete “Adriana, Adriana”, personaggio nato parlando con una ragazza che praticava l’ipnosi regressiva e che diceva di tornare perfino a vite precedenti. In scena dovevo restare concentrato, subendo gli scherzi di Bisio. Una volta mi fece lo shampoo: avevo ancora i capelli, è lì che ne persi la maggior parte. Cito infine Sprecacenere Donato, giovane ignorante e aggressivo che scrive alla ex fidanzata: è lo specchio di come stiamo diventando».
Leonardo Manera: “Io fascista? Lo dicono perché vivo a Salò”
Parlando della sua esperienza a Radio 24 e del programma con Alessandro Milan, sottolinea quanto conti la libertà d’espressione per un comico oggi: «È un importante spazio di libertà perché il politicamente corretto imperversa. Ripeto: i comici del Medioevo erano più liberi: almeno a Carnevale potevano prendere in giro i potenti. Oggi c’è l’autocensura collettiva: tanti rinunciano a certe battute, sostenendo che non passeranno. Sì, abbiamo un problema».
Per quanto riguarda la sua vita privata, Manera rivela una certa riservatezza, legata anche alla sua indole: «Sono timido e non ho mai avuto grandi occasioni per apparire. Però una volta mia madre, che mi ripeteva di riprendere giurisprudenza, vide un servizio su Novella 2000: ero stato paparazzato con la fidanzata dell’epoca. “Allora sei diventato famoso!” esclamò, finalmente felice».
Nel descrivere il suo ruolo di padre, si sofferma sul rapporto con il figlio: «Beniamino aveva 5 anni quando mi sono separato dalla mia compagna: ho però cercato di essere sempre presente nella sua vita. Che cosa dice del papà comico? Mi prende in giro, è appassionato di altro, ad esempio di profumi».
Infine, sulla possibilità di arricchirsi con la comicità, Manera offre una visione realistica e autobiografica: «Puoi essere o molto povero o molto ricco, dipende dal tuo livello. Io ho fatto di tutto: al pomeriggio feste per bambini; alla sera ero nei cabaret; di notte in club di scambisti, dovevo arrivare 20 minuti prima dell’apertura. Sono poi stato presentatore di spogliarelli, ho tenuto serate in pub nei quali succedeva di tutto. All’inizio guadagni poco, senza il salto di qualità rimani così. Ma se hai una condizione almeno intermedia, come la mia, vivi bene».
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