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Spettacolo

Anna Sawai: “Shōgun? Mariko rappresenta una categoria di donne. Volevo fare la cantante poi il musical ha cambiato tutto”

Anna Sawai: “Shōgun? Mariko rappresenta una categoria di donne. Volevo fare la cantante poi il musical ha cambiato tutto”. Anna Sawai su Shōgun, Monarch, Pachinko e non solo. L’attrice e cantante giapponese, 33 anni, ripercorre le tappe più significative della sua carriera in una intervista a ‘Io Donna’ della quale vi proponiamo alcuni passaggi.

Anna Sawai ha interpretato tre protagoniste femminili molto diverse tra loro nelle serie Pachinko, Monarch e Shōgun, e ognuna di queste esperienze ha lasciato un segno importante nel suo percorso artistico. Riflettendo su ciò che le è piaciuto di ciascun personaggio, ha spiegato di aver trovato in Naomi, in particolare, un legame profondo con la propria storia familiare.

“Per Naomi mi sono ispirata proprio a mia madre, che è cresciuta in Giappone negli anni Ottanta quando per le donne era davvero difficile farsi strada nel mondo aziendale: bisognava tenersi dentro ogni frustrazione nella speranza di rompere un giorno un soffitto di cristallo ancora ben visibile. Le donne lavoravano il doppio degli uomini, ma non vedevano mai riconosciuto o premiato il loro impegno. Per me quindi è stato assai importante raccontare la storia di Naomi, che cerca di tenere insieme una vita professionale esigente e una vita famigliare soddisfacente, anche per conformarsi alle aspettative della società giapponese”.

Passando poi a Kate, il personaggio di Monarch, ha raccontato come questa figura sia al centro di una trasformazione importante nella narrazione. “Kate, il personaggio che interpreto in Monarch, è un’insegnante di scienze che nella prima stagione era molto legata alle tradizioni sociali giapponesi, ma nella prossima troverà la sua voce e riuscirà a smarcarsi dai condizionamenti della famiglia. Kate vuole porre rimedio agli errori che ha commesso, ma dovrà affrontare anche il trauma di un cuore spezzato”.

Anna Sawai: “Shōgun? Mariko rappresenta una categoria di donne”

Infine, ha descritto con particolare emozione il ruolo di Mariko in Shōgun, sottolineando il significato simbolico e culturale del personaggio. “Infine Mariko… In Shōgun rappresenta tutte le donne costrette a soffocare i propri sentimenti e opinioni, ma capaci di conservare un fuoco dentro che prima o poi si accende e le porta ad avere un impatto sul mondo che le circonda, a farsi sentire in un modo quietamente assertivo. Ci tenevo davvero a interpretarla con questa energia, perché le donne asiatiche – e in particolare quelle giapponesi sono state spesso raffigurate da Hollywood in ruoli sottomessi: una rappresentazione distorta”.

Il successo globale ottenuto grazie a Shōgun ha portato una nuova visibilità all’attrice, che però non si è lasciata travolgere. “Per fortuna la celebrità è arrivata dopo anni di gavetta, dunque non mi sono montata la testa e tengo sempre presente che per me recitare non è una questione di popolarità ma di capacità di raccontare storie coinvolgenti, che facciano riflettere il pubblico. Certo, è divertente sfilare sui tappeti rossi, ma sto attenta a non farmi risucchiare da un glamour che è solo apparenza, e a rimanere concentrata sul mio lavoro, che io vedo come artigianale per cui richiede concentrazione e attenzione ai dettagli”.

Riguardo al successo della serie, ha ammesso di essersene interrogata anche lei, attribuendolo in parte al cambiamento del pubblico. “Me ne sono chiesta anche io la ragione: era rischiosa, recitata in giapponese e ambientata in un’epoca lontana, scritta con grande attenzione alla veridicità storica degli eventi e degli ambienti senza porsi il problema di diventare popolare. Probabilmente, anche grazie alla diffusione delle piattaforme, il pubblico si è abituato ai sottotitoli e a guardare serie che rappresentano culture diverse, calandosi in mondi anche molto lontani da quelli in cui vivono”.

Anna Sawai: “Volevo fare la cantante poi il musical ha cambiato tutto”

Il percorso di Anna Sawai verso la recitazione è stato tutt’altro che lineare. Inizialmente, infatti, aveva un altro sogno. “Io non volevo diventare attrice ma cantante, cosa che ho fatto per qualche anno, finché grazie al musical Annie ho scoperto che mi piaceva ancora di più calarmi in un personaggio diverso da me. La recitazione è una forma di istruzione: impari a conoscere personalità diverse, altre epoche, altre nazioni e culture. Ma rappresenta soprattutto l’opportunità di calarsi nei panni degli altri, il che è istruttivo perché capisci il loro punto di vista, per quanto lontano dal tuo”.

Rivolgendosi infine alle ragazze che aspirano oggi a lavorare nel mondo dello spettacolo, l’attrice ha voluto offrire un consiglio sincero e sentito. “Direi di capire subito che è un lavoro – non un gioco – che richiede impegno e fatica, una fatica che si rinnova con ogni progetto. Ma direi anche di avere fiducia nelle proprie possibilità, e di non farsi influenzare dalla negatività degli altri: c’è stato un periodo in Giappone in cui gli unici a credere in me erano la mia famiglia e i miei amici più cari e stavo per soccombere alle voci disfattiste che mi giravano intorno. Se avessi dato loro credito oggi non sarei qui”.

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